George Falconer, insegnante di inglese in un college, è prostrato dal lutto per la morte del compagno Jim, con cui ha avuto una storia durata sedici anni. Incapace di andare avanti senza di lui decide di togliersi la vita. Ma la sua ultima giornata, tra incontri e ricordi, potrebbe fargli cambiare idea…

Se un merito va riconosciuto all’ex stilista Tom Ford (qui, in un delirio d’onnipotenza, sceneggiatore, regista e produttore) è quello di aver riportato in piena forma Colin Firth, che nei suoi ultimi film avevamo visto fin troppo spesso, e non sempre per ragioni drammaturgiche, bolso e trascurato. Non si tratta di un dettaglio di colore, del resto, visto che nel film di Ford ogni dettaglio è curato fino all’ossessione e l’insistenza con cui vengono inquadrati i corpi maschili, oggetto del desiderio del professor Falconer, diventa una filosofia di vita. Che è quella di un uomo, il professore, che dichiara con certezza granitica di poter pure essere stato attratto dalle donne, ma di essersi sempre e solo innamorato degli uomini, e per questo – suggeriscono mille particolari – essersi condannato a una vita da “invisibile”, prima nella natia Inghilterra e poi nella California non ancora “liberata” degli anni ’50 e ’60 (la storia si svolge nel 1962).

Il film, al di là del racconto, in fondo piuttosto prevedibile (compreso il colpo di scena finale, involontariamente esilarante), è di fatto soprattutto l’espressione di un gusto estetico, con la sua messa in scena da set di moda, i movimenti sentimentali sottolineati dalla fotografia (appannata per sottolineare la disperazione di Falconer, satura quando il professore si imbatte in qualcosa o qualcuno che lo richiama alla vita) e il percorso narrativo che non riesce mai veramente ad andare a fondo del personaggio. Anche l’amicizia con la vicina Charley (un rapporto che in fondo è “sporcato” dai trascorsi dei due: pacificamente chiusi per lui, mai liquidati davvero per lei) non riesce a svelare le profondità dell’animo di Falconer, che forse solo nel rapporto con lo studente Kenny (l’unico che sembra interessato alle sue lezioni su Aldus Huxley, anche se forse è solo in cerca di un contatto con il professore stesso) sembra avere la tentazione di rivelarsi al mondo.

Anche in questo caso, pur se la serata passata con lo studente sconvolgerà i suoi piani per un’impeccabile dipartita, il regista e il suo interprete sembrano non poter o non voler spezzare il guscio che avvolge il protagonista, attraverso la cui apparenza, sempre perfetta, osserviamo un mondo solo a tratti capace di interessarlo. Un’esasperata consapevolezza di sé che sembra collidere con il dichiarato intento di farla finita, il dolore straziante del lutto (mostrato in flashback) sterilizzato dall’abitudine a un rapporto fondamentalmente cinico e disilluso che a lungo andare rende impossibile per lo spettatore, escluso dal mondo interiore di George, di empatizzare con lui, trovandosi invece costretto ad assistere ad una performance, attoriale e cinematografica, di una freddezza intollerabile.

Luisa Cotta Ramosino