A.I. è un film che schianta e fa tremare i polsi, perché ha il coraggio di andare oltre il confine delle cose del mondo e di approssimarsi al Mistero. Solo Kubrick, finora, era riuscito a fare qualcosa di simile, ma il suo 2001, squadrato e razionalista, non aveva posto una domanda esplicita, fermandosi a contemplare, dopo un viaggio senza tempo, il Mistero della vita. Era un viaggio, o un naufragio, quel film; A.I. è una domanda. Domanda di compimento, nella voce tremolante di un bambino robot che chiede di diventare un bambino vero, per essere amato totalmente. Domanda di eternità, nella domanda alla madre di non morire mai. Domanda di infinito, per poter vivere sempre accanto a lei. Spielberg colpisce perché, nel porre tutto il dolore dell’uomo di fronte al meccanismo dell’istinto (e in fondo siamo tutti robot, perché i vizi si ripetono spesso uguali senza soluzione di continuità), indica un metodo per superare l’impasse del meccanismo: la preghiera che il miracolo avvenga. E la preghiera, badate bene, è uno sguardo lungo 2000 anni, con gli occhi sempre fissi ad una signora vestita d’azzurro, che può smuovere le montagne. E il miracolo, domandato e atteso da uno sguardo puro e certo, in un Tempo fissato da Lui, avviene. Eccome se avviene.,Il Mistero della vita è racchiuso nel cuore dell’uomo, in quello che Spielberg chiama imprintig e che noi preferiamo chiamare esperienza originale. L’imprinting, che è attaccamento originario al Bene, è come una calamita, nascosta nell’intimo, che si aziona di fronte alla Bellezza. I Greci la chiamavano symbolon ed era la metà di una tessera con cui parenti perduti potevano riconoscersi e scoprirsi fratelli. Per noi è il segno che unisce il particolare all’universale e il suo contrario è il Diavolo (diabolon) che tenta, inutilmente, di spezzare il legame. Lo scarto di A.I. rispetto a 2001: Odissea nello spazio sta tutto qui, nella domanda di unità che Spielberg, per tradizione, mostra ancora di avere e che Kubrick per tradizione illuminista, ha dimenticato di formulare. Ed è in forza di questa preghiera che A.I. si addentra ancor di più tra le pieghe dell’Infinito.,Simone Fortunato