Il titolo originale di A dire il vero è “You Hurt My Feelings” (Tu ferisci i miei sentimenti), e la protagonista è un’autrice ansiosa che di nascosto sente suo marito dire che non gli piace la bozza del suo romanzo, nonostante a lei avesse dichiarato l’opposto. E decisamente si sente ferita nei suoi sentimenti.
Julia Louis-Dreyfus interpreta Beth, insegnante universitaria di scrittura e autrice di un libro di memorie personali (dal successo assai modesto). Una persona apparentemente equilibrata, anche se un po’ nevrotica, che non realizza quanto dipenda dall’approvazione degli altri, ma comunque abbastanza autoironica da evitare che alla situazione venga dato eccessivo peso. Allo stesso tempo si sente distrutta dalla scoperta casuale che suo marito Don (Tobias Menzies), psicoterapeuta, ha solo fatto finta che gli piacessero le bozze del suo nuovo libro.
La regista Nicole Holofcener fa sì che il resto del cast interpreti i propri ruoli con un tono leggero e umoristico, perché tutti i personaggi principali hanno crisi con cui fare i conti. La fiducia di Don come terapista viene minata dal sentire un paziente borbottare su quanto trovi inutili le loro sessioni. La sorella di Beth, Sarah (Michaela Watkins), ha iniziato a disprezzare il suo lavoro di decoratrice d’interni per ricchi insulsi, mentre suo marito, Mark (Arian Moayed), non crede più di voler fare l’attore. Sebbene siano tutti materialmente benestanti e svolgano il tipo di professioni ritenute appropriate per la loro classe sociale, si ritrovano anche nella “fase discendente” della mezza età, e generalmente infastiditi dal punto in cui si ritrovano. Anche il figlio ventenne di Beth e Don, Eliot (Owen Teague), è insoddisfatto e smarrito, ma le sue lamentele (problemi con la fidanzata, irritazione nei confronti di Beth perché a lei non piace il fatto che lavori in un negozio che vende marijuana), sono viste da un’angolazione più comica, visto che è un film il cui taglio pende tutto dalla parte degli adulti.
Da un lato, A dire il vero è una storia di relazione sulla fiducia. Dopo giorni in cui è stata sprezzante e passivamente aggressiva nei confronti del marito, Beth finalmente lo affronta – durante una cena di compleanno esilarante e imbarazzante – su quello che lei afferma essere uno schema di menzogna e quello che lui sostiene sia in realtà solo il suo modo di esprimere amore. Alla fine, però, il film affronta in modo più schietto la questione della realizzazione personale (e se sia possibile trovarla o meno nella propria carriera). Ciascuno dei personaggi principali è in dubbio se continuare a svolgere il proprio lavoro. Le crisi di Sarah e Mark sono interpretate principalmente per ridere, mentre quella di Beth si presenta con umorismo ma anche con un certo grado di pathos. Ma la situazione difficile di Don, come quello dei quattro la cui professionalità può essere vista in qualche modo oggettivamente dal pubblico (non ascoltiamo mai la scrittura di Beth e possiamo solo giudicare l’abilità di Sarah nel suo lavoro dalle diverse lampade che presenta a un cliente esigente), viene presentata con più profondità e sfumature. Di conseguenza, sembra possibile che Don possa effettivamente essere pessimo nel suo lavoro. Lo vediamo confondere la storia familiare di un cliente con quella di un altro e confrontarsi con una coppia estremamente insopportabile (interpretata da una coppia di attori realmente marito e moglie) che chiede un rimborso per le migliaia di dollari spesi in terapia nel corso degli anni.
Alla fine, il film ottiene la maggior parte del suo risultato umoristico mostrando Beth che non riesce a trovare una convalida del suo lavoro: sia rendendosi conto che nessuno dei suoi studenti è nemmeno consapevole di avere come docente un’autrice pubblicata, sia essendo schiacciata dal disinteresse del suo agente per il suo romanzo. Un tipo di narcisismo divertentemente frustrato che è una specialità della Louis-Dreyfus fin dai tempi di Seinfeld e che costituisce gran parte di ciò che fa funzionare A dire il vero. Problemi minori di borghesi viziati? Può darsi (ma allora buttiamo a mare tutto Woody Allen). A dire il vero presenta persone alle prese con piccoli problemi, ma in maniera onesta e senza farli apparire altro che piccoli accidenti della vita quotidiana.
Beppe Musicco
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