Tenace e testardo come uno dei tanti personaggi che ha portato sul grande schermo, Clint Eastwood il 31 maggio 2020 spegnerà 90 candeline con la lucida determinazione di non vuole fare altro che il regista, finchè la vita glielo consentirà. L’ha ricordato lui stesso non molti anni fa, quando a chi gli chiedeva quanto ancora volesse lavorare, rispose che se Manoel De Oliveira continuava a girare, lui di certo non sarebbe stato da meno (e il regista portoghese, morto nel 2015 a 106 anni, girò la sua ultima opera proprio a quell’età).

L’unica limitazione (che peraltro si è dato da solo, nessuno avrebbe avuto il coraggio di imporgliela) è di smettere di recitare: dopo Il corriere – The mule, Clint ha dichiarato che il ruolo dell’anziano giardiniere che, in ristrettezze economiche, accetta di fare il corriere della droga, sarebbe stata la sua ultima interpretazione. Un uscita decisamente in gloria, per l’attore che dopo alcune piccole parti in filmetti di serie B, trovò un modesto successo a 28 anni con una serie per il piccolo schermo (Rawhide – Gli uomini della prateria) che sembrava potergli assicurare tutt’al più altre scritture televisive.

Ma la scoperta del vero talento di Eastwood si deve a un regista italiano, Sergio Leone, di fronte al quale anche gli americani (a denti stretti e non senza aver cercato di sminuirlo, coniando il termine “Spaghetti Western”) han dovuto inchinarsi: affidando a Clint Eastwood il personaggio dell’uomo senza nome nella trilogia Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966) il regista romano aveva creato l’originalissimo genere del “Western all’italiana” e al tempo stesso sancito la grandezza del suo principale interprete.

Quando i film arrivarono in America, il successo commerciale fu enorme e, all’età di 37 anni, la carriera di Clint iniziò a decollare. Prima furono ancora western: Impiccalo più in alto o affini (L’uomo dalla cravatta di cuoio) nel 1968, poi film d’azione come Dove osano le aquile (1968) e ancora western fino al 1971, quando iniziò a interpretare la figura di “Dirty Harry”, il sarcastico e violento poliziotto ne Ispettore Callaghan: il caso “Scorpio” è tuo!!. Un decennio, gli anni 70, nel quale Eastwod alternò ruoli da duro, indipendentemente dal periodo storico nel quale si trovasse, con una sola incursione nella commedia (Filo da torcere, 1978), ma sempre interpretando un personaggio che usava meglio i pugni delle parole.

Poi c’è un passaggio importante, che apre la seconda fase della sua carriera con l’inizio dell’attività da regista, in cui alterna film piccoli e intimistici a western vecchio stampo e spesso dirigendosi anche come attore protagonista. In questa fase si possono ricordare film apprezzati dalla critica come Brivido nella notte (1971) e Breezy (1973), solidi western come Lo straniero senza nome (1973), Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976) e Il cavaliere pallido (1985) e ottimi action come Assassinio sull’Eiger (1975). Film in cui Eastwood prende la mano alla regia, caratterizzato da uno stile sobrio ed essenziale come i vecchi“director” classici, in cui la storia e gli attori devono avere sempre la meglio sui vezzi stilistici. Non capolavori, ma tanti buoni film in serie.

La terza svolta nella carriera di Eastwood arriva a fine anni 80, quando il suo stile registico, fino a quel punto mutuato dalla sua esperienza di protagonista di titoli western o d’azione, cambia prospettiva, con meno violenza e storie più complesse su rapporti umani. All’inizio con un piccolo biopic, Bird (1988), sulla vita del sassofonista Charlie Parker, che gli valse un Golden Globe; poi con Cacciatore bianco, cuore nero (1990) basato su alcuni episodi della vera vita del regista John Huston. Il riconoscimento delle sue capacità registiche arrivò a 62 anni, quando nel 1992 diresse e interpretò Gli spietati, che gli valse due premi Oscar (film e regia) e la nomination come miglior attore protagonista. Un film crepuscolare, che smitizzava totalmente il “Vecchio West”, mostrando dubbi e limiti di tante figure entrate nell’immaginario collettivo, ma che è certo il caposaldo di tanti altri titoli successivi, nei quali lo sguardo partecipato del regista nei confronti di persone ferite, deboli, ma capaci di gesti di inaspettata grandezza o disperazione, diventerà sempre più marcato. È il caso di Un mondo perfetto (1993) con un Kevin Costner per la prima volta in un ruolo criminale, o del sorprendente I ponti di Madison County (1995) con una delicatissima interpretazione al fianco di Meryl Streep.

Ma è negli anni 2000 che l’opera di Eastwood raggiunge il suo vertice: titoli come Mystic River (2003) con Sean Penn e Tim Robbins, Million Dollar Baby (2004) in cui affianca da sofferto protagonista Hilary Swank e Morgan Freeman (ancora Oscar per film e regia); i due film del 2006 sulla battaglia di Iwo Jima viste dalla parte dei vincitori e dei vinti (Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima); poi Changeling (2008) che mostrò a tutti il talento di Angelina Jolie e sempre nello stesso anno lo struggente Gran Torino, uno dei suoi film più amati dal pubblico di tutto il mondo. Sembrava un film-testamento: cos’altro dire e far vedere, dopo una simile vetta?

E invece no, Clint non si è fermato ancora, e ci ha regalato ancora in successione Invictus – L’invincibile (2009) ancora con Freeman nel ruolo di Nelson Mandela, Hereafter (2010), J. Edgar (2011), il “minore” Jersey Boys (2014), il notevole American Sniper (2014), lo straordinario Sully (2016), con Tom Hanks nei panni dell’eroico pilota Chesley Sullenberger, che fece atterrare il suo aereo in avaria sul fiume Hudson a New York salvando tutti quelli che erano a bordo, e pure un film sperimentale come Ore 15:17 – Attacco al treno (2018), con i tre eroi per caso di un noto caso di cronaca che interpretano se stessi. Come scrivevamo prima quindi, la sua ultima interpretazione a dieci anni dalla precedente in Gran TorinoIl corriere – The Mule (2018), cui ha fatto seguito Richard Jewell (2019), la storia vera di un’onesta guardia giurata che sventa un attentato e diventa di colpo il principale sospettato per la brama di sensazionalismo della stampa e la miopia degli investigatori.

Noi non possiamo vedere nel futuro, quindi non sappiamo cosa ancora ci riserverà Clint Eastwood (e neanche i giurati dell’Academy che gli consegnarono il premio alla carriera nel 1993, di certo non immaginando cosa avrebbero visto negli anni seguenti). Conoscendo ormai la sua caparbietà nel raccontare tanti aspetti dell’umano spesso trascurati, in figure che nella nostra società sono di scarso interesse mediatico, aspettiamo ancora con interesse e ammirazione quel che saprà raccontarci e mostrarci sul grande schermo. Per raggiungere Manoel De Olivera mancano ancora parecchi anni, e chissà che il “duro” Clint non ci sorprenda battendo anche questo record.

Beppe Musicco