’71 (id.)
Gran Bretagna 2014 – 99′
Genere: Thriller
Regia di: Yann Demange
Cast principale: Jack O’Connell, Paul Anferson, Richard Dormer, Liam McMahon
Tematiche: guerra civile, religione, violenza, solidarietà, corruzione
Target: dai 16 anni

1971: l’odissea notturna della giovane recluta inglese Gary Hook nelle strade pericolose del quartiere cattolico di Belfast, tra proteste e violenze..

Recensione

Esce immeritatamente tra i “saldi estivi” cinematografici, ma è stato uno dei film più apprezzati anche dalla stampa a Berlino lo scorso anno, l’esordio cinematografico di Yann Demange (nato a Parigi ma cresciuto a Londra e con una solida carriera televisiva e nella pubblicità alle spalle). Duro e teso, il film racconta l’odissea notturna di un giovane soldato inglese, Gary Mook (Jack O’Connell, nel frattempo diventato famoso anche come indomito protagonista di Unbroken di Angelina Jolie) per le strade e i vicoli della Belfast cattolica nel momento di massima tensione della questione irlandese.
Dieci anni prima di questo film, Paul Greengrass con Bloody Sunday aveva raccontato un episodio di cronaca di un anno più recente, il massacro di manifestanti avvenuto nel 1972 proprio in questa città. In ’71 la storia è di invenzione e la visione è molto diversa, volutamente ristretta e confusa: lontani dalla limpidezza dei film politici, si ha piuttosto l’impressione di trovarsi in una specie di thriller. Spesso costretti nella prospettiva del povero Gary che, disperso in pochi chilometri quadrati, si muove come se si trovasse in una giungla sconosciuta dove i pericoli lo attendono dietro ogni angolo, nella pistola di un attivista dell’Ira, ma anche negli occhi di una donna o di un bambino. Gary è una recluta giovanissima (viene da un orfanotrofio e lì ha lasciato un fratellino piccolo), spedita a sorpresa, insieme al suo plotone, anziché nella più sicura Germania, in Irlanda del Nord per fare fronte all’emergenza di continue rivolte.
Il gruppo viene inviato a dare manforte durante l’ispezione di un gruppo di case cattoliche in cerca di armi. Per colpa di un ufficiale troppo benintenzionato (ma è chiaro che nessuno, in quelle circostanze, sa davvero cosa sia meglio fare) i soldati sono privi della protezione antisommossa e così, quando la situazione degenera e il cordone protettivo non regge, Gary e un amico si ritrovano circondati dalla folla inferocita. Mentre il commilitone viene ucciso a sangue freddo da un giovane attivista cattolico, Gary si dà alla fuga e si nasconde fino al calare della notte. Da qui in poi il suo difficile ritorno verso le baracche, pochi chilometri che sembrano infiniti, tra incontri inaspettati (con un giovanissimo orangista protestante, che lo conduce nella zona teoricamente “sicura” della città) e continue imboscate. La situazione diventa presto ancora più complicata: Gary vede qualcosa che non dovrebbe e così a cercarlo con pessime intenzioni non ci sono più solo gli estremisti cattolici, ma anche gli infiltrati britannici che temono che il loro sporco lavoro (una bomba scoppiata per errore in un pub protestante) venga alla luce; così la vita del giovane soldato diventa all’improvviso assai meno importante del mantenimento di equilibri precari e difettosi.
In questo affresco in cui è quasi impossibile distinguere fino in fondo buoni e cattivi, la violenza colpisce all’improvviso senza risparmiare gli innocenti (la regia non lesina colpi bassi), eppure c’è ancora chi è capace di oltrepassare i limiti degli steccati ideologici per un gesto di autentica compassione umana anche se potrebbe costare la vita. La fuga di Gary Hook è un viaggio nella follia umana: un brusco passaggio all’età adulta – che sembra tradursi inevitabilmente in violenza esercitata o subita – in una manciata di strade oscure, di ambienti domestici insieme familiari ed estranei, di volti che trapassano dall’innocenza alla brutalità, ma in cui ancora resta lo spazio per scelte e coraggio quali che siano le conseguenze.

Laura Cotta Ramosino