Thriller passabile con diverse incongruenze e personaggi tagliati un po' con l'accetta. L'inizio è la cosa migliore: un uomo distinto finisce sul cornicione di un hotel di lusso dopo aver cancellato le impronte nella stanza. Sembra lucido e non pazzo, ma al tempo stesso pare deciso a compiere il salto nel vuoto. La folla nel frattempo si concentra a godersi lo spettacolo e la polizia invia all'uomo un negoziatore per capirci di più: le cose saranno molto ingarbugliate. L'esordiente regista Asger Leth, figlio del celebre documentarista Jorgen Leth, si concentra nel tenere sotto chiave i reali motivi del folle gesto e il mistero in effetti rimane soprattutto se non si presta attenzione a un titolo italiano che pare tanto un autogol. Un lungo flashback ci riporta indietro di qualche settimane: l'uomo del cornicione è un ex poliziotto, Nick Cassidy (interpretato senza troppa convinzione da Sam Worthington), finito in carcere per aver derubato un ricchissimo magnate (Ed Harris alle prese con un personaggio privo di complessità). Il giovane si professa innocente e forse il gesto sembra progettato per richiamare l'attenzione dei media. Tanti personaggi, troppi per un thriller che va a scatti: le scene puramente action con protagonisti Jamie Bell e la bellissima Genesis Rodriguez funzionano nonostante qualche ammiccamento di troppo e richiamano stilisticamente le inverosimiglianza gustose dell’ultimo Mission Impossible; altre, come la fuga di Worthington, riprendono la tradizione classica del poliziesco americano. Meno bene la parte centrata sul rapporto tra il negoziatore interpretato dalla Banks e lo stesso Worthington: troppo statica, troppo dialogata, eccessivamente didascalica. Non è il solo difetto: bisogna ricorrere a tutta la sospensione dell'incredulità per credere al piano del protagonista e per credere anche ai suoi compagni di sventura. E la tensione che sulla carta dovrebbe tutta poggiare sull'uomo del cornicione si perde nei troppi rivoli e personaggi della storia: i poliziotti buoni e quelli cattivi, l'ex collega poliziotto, il manager ricco e spietato, la famiglia proletaria e in crisi; i media e i comuni passanti che non sanno per chi fare il tifo. Un po' troppo da gestire per un semplice thriller a enigma. Hitchcock diceva che per fare un buon giallo ci vuole un'idea, pochi personaggi e meno svolte per quanto forti. Qui c'è un'idea appesantita da un meccanismo troppo complicato e da troppe svolte. E il film, che pure ha molti spunti interessanti, tra cui lo sfondo della crisi economica che pesa come un macigno sui personaggi in gioco, ne risente.,Simone Fortunato