Film a episodi, un po’ povero nella confezione, a tratti semplicistico. Quattro episodi ambientati nei campetti di mezza Italia. Nel primo, un ragazzino napoletano è un fenomeno con la palla tra i piedi. Peccato che sia scostante e caratterialmente peggio di Maradona. Il coach Nino D’Angelo riesce però a spedirlo alla Juve. Nel secondo, “La donna del mister”, la donna del titolo si invaghisce della prima punta lesbica della squadra allenata dal promesso sposo. Gigio Alberti è invece un talent scout milanese che cerca, nel terzo episodio della serie, di far acquistare al Milan un piccolo e talentuoso africano. Ultimo episodio incentrato su Valerio Mastandrea, portiere prossimo al pensionamento e deciso a “truccare” una partita. Al di là dei pericolosi e talvolta ironici incroci con l’attualità (la Juventus derubata da un napoletano; un portiere che si dà alle scommesse), registriamo in 4-4-2 – Il gioco più bello del mondo, una certa povertà di idee e di mezzi, così come una certa fragilità a livello di scrittura. Le quattro storie (anche quella più riuscita, con Alberti come protagonista) hanno il fiato corto e stentano a decollare. E quando lo fanno, si scivola spesso nel cliché e nel politicamente corretto: lo scugnizzo napoletano sulle orme di Maradona, lo sport “pulito”, i sogni che non si avverano, le partite che non si vincono ma l’importante è partecipare, lesbica è bello. Un peccato, perché la scelta di raccontare il calcio delle periferie, dove i riflettori non ci sono, poteva funzionare, ma forse per la debolezza intrinseca della formula a episodi, '4-4-2' restituisce del calcio al massimo uno schema, il 4-4-2 del titolo o poco più. Al massimo, restituisce uno slogan, tanto in voga oggi quanto corretto politicamente: lo sport che deve essere “pulito”.,Simone Fortunato