Prima puntata del nostro diario dal Festival di Berlino (9 – 19 febbraio)

Berlino quest’anno è freddissima, ma solo per il clima (pare che si rimarrà sempre attorno allo zero per tutta la durata del Festival), perché invece le varie sezioni si preannunciano programmaticamente caldissime su temi politici e sociali e anche qualcuno in giuria non ha nascosto intenzioni bellicose. Dall’americana Maggie Gyllenhaal, che ha voluto far sapere all’Europa e al mondo che nonostante i risultati delle elezioni negli Usa tanti sono pronti a resistere, al messicano Diego Luna che spera di ritornare in patria con tante conoscenze pratiche su come si abbattono i muri…

Anche se ambientato nel passato è comunque pervaso da un significato politico anche il film d’apertura Django, che prova a raccontare il rapporto tra arte (in questo caso la musica) e politica sullo sfondo della Francia occupata del 1943. Di origini sinti, il jazzista si sente inizialmente al sicuro dalla persecuzione che colpisce i suoi “fratelli” grazie alla protezione della sua popolarità, ma si trova di fronte ad una scelta difficile quando le autorità tedesche gli chiedono di fare un tour in Germania per contrastare l’influenza della musica “negra”.

Sempre nel giorno di apertura, passa un po’ in sordina il non indimenticabile “aperitivo” Bye Bye Germany, con l’immancabile Moritz Bleibtreu, che da quando chi scrive frequenta il Festival almeno in una particina compare sempre in qualche sezione. Storia (vera) di un gruppo di ebrei scampati all’Olocausto, che cercano di arrangiarsi nella Germania del 1946 in attesa di partire per gli Stati Uniti. Operazione ben intenzionata ma un po’ televisiva nella scrittura e nella messa in scena, fa parte di un sempre nutrito gruppo di pellicole che la produzione tedesca dedica alla rivisitazione della propria storia (qualcosa che in Italia non si fa quasi più, sfortunatamente, se non in televisione).

Il concorso parte invece con un inaspettato gioiellino, l’ungherese On body and soul, atipica storia d’amore ambientata all’interno di un mattatoio alla periferia di Budapest. Protagonisti il direttore commerciale di mezza età, con un braccio anchilosato e forse già in pensione dalla vita, e la giovane nuova addetta al controllo qualità, le cui stranezze, un poco alla volta, capiamo essere dovute a una forma di autismo (anche se la parola non viene mai pronunciata). Due persone che, nelle intenzioni della regista Ildiko Eyedi, “nascondono un tesoro” che nessuno può vedere, e che iniziano il loro avvicinamento dalla scoperta inaspettata di condividere, ogni notte, lo stesso strano sogno. Un film sospeso tra iperrealismo (le scene di abbattimento delle mucche risparmiano poco agli amanti degli animali) e poesia, che sfiora la tragedia ma si apre alla speranza.

Apertamente “politico” l’ennesimo adattamento di una famosa pièce teatrale, The dinner (già alla base, di recente, del film italiano I nostri ragazzi di Ivano De Matteo), da parte di Oren Moverman, con un cast di primo piano che comprende Richard Gere, Laura Linney, Rebecca Hall e Steve Coogan. Un ristorante di super lusso, due coppie, due fratelli con molte questioni famigliari irrisolte, due figli che hanno commesso un crimine e una decisione da prendere in proposito. C’è spazio per molta, troppa, carne al fuoco e per i prevedibili pezzi di bravura da parte degli interpreti, ma forse in questo caso si è voluto strafare e lo spettatore esce dalla proiezione senza un’idea chiara di cosa il film volesse esattamente dire.

Stralunato, ma anche poetico, estremo nel suo umorismo nero ma sincero nei sentimenti che racconta è Trainspotting 2 di Danny Boyle, che riporta in scena i suoi personaggi a venti anni di distanza non facendo nulla per nascondere gli effetti del tempo che passa e mettendo in scena un’avventura che è insieme un bilancio inevitabile, un’operazione nostalgia e un film di azione confezionato con abilità e con una colonna sonora di gran classe. Passati i quaranta Renton (Ewan McGregor), che ha cercato di ricostruirsi una vita ad Amsterdam, ritrova una Edimburgo apparentemente cambiata, alla moda e modernissima, ma con i soliti sobborghi decadenti e disperati, vecchie e nuove e tentazioni, debiti da pagare e amicizie da ricostruire. I compagni sono sempre gli stessi e forse cambiare fino in fondo non si può, ma c’è ancora lo spazio per affrontare se stessi e i propri limiti e guardare la realtà da un punto di vista diverso.

Laura Cotta Ramosino

NELLA FOTO: I quattro protagonisti dell’atteso sequel Trainspotting 2