In un’annata che è cominciata sotto malumori e cattivi presagi per il mondo del cinema, ci sono però molti segnali di speranza. I malumori erano, e sono dovuti, a lunghi mesi di insuccessi, un Natale pessimo per colpa soprattutto di troppe commedie e comici italiani sgonfi come non mai e un calo delle presenze costante dopo i primi mesi del 2016 che sembravano trionfali, tra l’ennesimo record di Checco Zalone, i successi dei film da Oscar di un anno fa (su tutti Revenant) e la sorpresa di Perfetti sconosciuti. Poi dopo, mesi sempre più opachi come incassi (con qualche eccezione, ovviamente) anche se non sono mancati tanti outsider interessanti (su tutti Room, La grande scommessa, gli italiani Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento e tanti altri che abbiamo citato più volte) e un gran film come La pazza gioia; infatti, per noi, il 2016 è stato molto positivo come abbiamo scritto di recente in sede di bilancio. E comunque ci sta, il cinema ha momenti ciclici di alti e bassi a seconda dei film in produzione o in uscita. Hollywood, poi, è decisiva: e a un 2015 ricco di blockbuster, è seguito un 2016 minore.

Fin qui i numeri, importanti perché il cinema possa affrontare mille difficoltà (che colpiscono soprattutto le sale cinematografiche, gravate da alti costi di gestione). Ma non bisogna disperare, finché continuano a uscire film che, pur con risultati non clamorosi, sono capaci di far scattare un buon passaparola e rinnovare in chi li vede quell’entusiasmo necessario per riportarli in fretta al cinema, in cerca del rinnovarsi di quella positiva esperienza. Da questo punto di vista sono stati importanti i tre “imperdibili” (per noi di Sentieri del Cinema) di gennaio: tre film molto diversi, ma emozionanti e commoventi per noi e per tanti lettori. Un film duro e impegnativo come Silence di Martin Scorsese, sulle persecuzioni dei cristiani nel Giappone del ’600. Poi Arrival, il film di fantascienza di Denis Villeneuve sul confronto tra misteriosi alieni e due scienziati con il compito di decodificare i loro messaggi (con un bellissimo messaggio di apertura all’altro, così attuale nei nostri tempi, e di unione tra gli uomini per risolvere i problemi).

Infine La La Land di Damien Chazelle, un film che pare destinato a sbancare i prossimi Oscar e che si candida a essere il film dell’anno. Un musical coinvolgente e a tratti travolgente, che rilancia un genere d’oro a Hollywood ma che in realtà è molto di più: una storia d’amore, dove il romanticismo e la malinconia sono struggenti e intonati sia a un passato sempre rimpianto (anche attraverso il grande cinema di una volta e il jazz dei tempi che furono) ma anche contemporaneo, nel parlare di desideri, sogni, aspettative, talento, riuscita. Un film che sembra davvero antico e moderno, nella capacità di rievocare i classici (sarebbe bello se i giovani che lo amano riscoprissero alcuni dei grandi film del passato citati con classe) ma anche di rilanciare il cinema con un’arte viva, in grado di reinventarsi (fin dall’incipit clamoroso, con un piano sequenza che è già nella storia del cinema) e mescolare colori, umori, ritmi, sentimenti in un unicum imprevedibile e originale. Di far uscire dalla sala amando il cinema e la sua magia (ci ricorda la sensazione che ci provocarono due recenti film, diversissimi, come The Artist e Hugo Cabret). Una magia spesso oggetto di una retorica a volte un po’ stucchevole (come la campagna ministeriale della promozione sui mercoledì a due euro, molto giocata sul passato alla Nuovo cinema Paradiso: a proposito, c’è qualcuno che pensa e scrive che il cinema debba costare “sempre” così poco; il modo migliore per far chiudere le sale cinematografiche, che già fanno fatica…). Stucchevole e anche controproducente se poi non è suffragata da fatti. Ovvero da film, appunto, che sappiano rimettere in circolo la voglia di vederne altri.

Noi pensiamo, contrariamente a tanti ex spettatori e anche addetti ai lavori («non ci sono più i film di una volta»: insopportabili certi profeti di sventura) che la Settima arte sia un’arte viva, in cui spuntano ancora e di continuo nuovi autori e talenti (Damien Chazelle, il regista di La La Land, al suo terzo film, ha solo 32 anni!), in cui ci sono ancora maestri come Martin Scorsese o Clint Eastwood che alla loro veneranda età continuano a rischiare e sfornano spesso nuovi grandi film. Il cinema, insomma, può ancora conquistare o riconquistare nuovi appassionati – lo vediamo nelle nostre rassegne o dialogando, di persona o in Rete, con i nostri amici e lettori anche giovani o giovanissimi – soprattutto con la forza di (tanti) grandi film. Film che appaghino la continua fame di bellezza che, consciamente o meno, abbiamo tutti (e La La Land in questo è perfetto: una vera gioia per gli occhi, con tante immagini esteticamente perfette). E che appunto sappiano reinventare il cinema, o il rapporto tra cinema e pubblico. I tre grandi, imperdibili film di gennaio, questo lo fanno. E se ci allarghiamo a inizio febbraio, ce n’è già un quarto:  La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson (ritornato in gran forma), classico e commovente. Quattro film in circa trenta giorni di grandissimo livello. Che ci permettono di dire che il cinema (americano, sì) quest’anno è in buona salute, come dovrebbero sottolineare i prossimi Oscar. Quando è così, il pubblico risponde. Se tutti gli operatori se ne rendessero conto, e facessero a gara a rilanciare di continuo la vitalità del cinema invece di limitarsi a brontolare sulla crisi o sui mille problemi (reali) della propria difficile attività, ogni nuovo film diverrebbe una festa da celebrare.

Insomma, per noi di Sentieri del Cinema il cinema – nonostante i problemi innegabili –  è vitale, capace di proporre tanti film di diversissimo tipo, che riescono talvolta (come La La Land) a scatenare commenti, risposte, diatribe, parodie. Finché succederà tutto ciò, e il pubblico uscirà da un cinema coinvolto, divertito, commosso fino alle lacrime ci sarà speranza per il grande schermo. Il cinema è vivo, viva il cinema.

Antonio Autieri