L’ultimo sforzo alla regia di Ron Howard (Elegia americana, Cinderella Man, A Beautiful Mind) permette di rivivere l’incidente, realmente accaduto, nel giugno 2018 in cui 12 adolescenti thailandesi e il loro allenatore di calcio sono rimasti intrappolati in una grotta allagata per 18 giorni. Furono infine salvati da un equipaggio internazionale di speleologi guidati dagli inglesi Rick Stanton e John Volanthen.

Dobbiamo aspettare ben 16 minuti di film (che con scelta quantomeno discutibile è disponibile solo sulla piattaforma Prime Video di Amazon) prima di vedere in 13 vite  i due volti conosciuti di Colin Farrell (Volanthen) e Viggo Mortensen (Stanton): prima, la vicenda è tutta in mano a ben meno conosciuti attori thailandesi.

Un gruppo di ragazzini che giocano nella medesima squadra di calcio e il loro giovane allenatore dopo un allenamento si allontanano dal campo in bicicletta per visitare una nota grotta lì vicina, prima di recarsi tutti insieme alla festa di compleanno di uno di loro che invece li aspetta a casa (e per questo, unico, scampa alla disavventura dei compagni). Nel frattempo i familiari dei ragazzi sono a casa del festeggiato e li aspettano anche loro. La visita alla grotta subisce un imprevisto: la cosiddetta “stagione dei monsoni”, in cui questi ultimi (venti carichi di umidità tipici delle zone tropicali) provocano forti precipitazioni, e di solito attesa per il mese di luglio, inaspettatamente anticipa, cominciando in tutta la sua impetuosità proprio quel pomeriggio, il 23 giugno 2018. Una forte pioggia si abbatte sulla zona e la grotta, che in realtà è solo l’imbocco di una serie di cunicoli sotterranei lunghi chilometri e molto stretti, comincia ad allagarsi: dal punto raggiunto dai ragazzi è ora difficile tornare indietro perché significherebbe percorrere a ritroso la strada percorsa sott’acqua, al buio e trattenendo per un tempo umanamente impossibile il fiato.

I genitori, in serata, non vedendo arrivare i ragazzi allertano le autorità. Tutti si recano alla grotta (il festeggiato sapeva che i compagni volevano passare di lì prima della festa), all’ingresso ci sono tutte le biciclette dei ragazzini, e mentre l’acqua sale si comprende cos’è successo e si comincia a temere il peggio. Al governatore uscente, da poco destinato ad altra zona, tocca l’ultimo, gravoso compito di gestire l’emergenza e anche la pressione dei media, che vogliono seguire la vicenda dei ragazzini appassionando e tenendo col fiato sospeso tutto il mondo. Mentre i migliori sommozzatori e speleologi thailandesi si mettono all’opera, senza però mai raggiungere i ragazzini, da ogni luogo del pianeta sopraggiungono volontari a vario titolo  che offrono il loro aiuto. Tra questi i due inglesi Stanton (pompiere esperto subacqueo) e Volanthen (ingegnere meccanico ed esperto di respirazione subacquea), già compagni di altre avventure. Approcci diversi (Stanton schietto e istintivo, Volanthen più emotivo e sensibile e insieme calcolatore) che ben si bilanciano e completano. Anche i ragazzini “spariscono” dal film per molto tempo fino a quando, come sappiamo dall’esito dei fatti realmente accaduti, verranno trovati (il “silenzio” da parte dei ragazzini ci fa immedesimare con l’angoscia con cui avranno avuto a che fare i genitori in quei terribili momenti). E mentre un ingegnere idraulico venuto da Bangkok lavora fuori dalla grotta per cercare di deviare il corso dell’acqua proveniente dalla montagna sovrastante e che allaga ulteriormente la grotta, i genitori rimangono uniti tra loro in attesa di salvezza per i loro figli non smettendo mai di crederci, i due esperti inglesi si dimostrano i più idonei a portare a termine l’impresa, ma devono anche trovare un equilibrio con la squadra SEAL locale, che implicitamente rivendica il caso come “proprio”. La corsa contro il tempo è cominciata, anzi, è già agli sgoccioli: se anche il punto in cui presumibilmente i ragazzini si sono rifugiati venisse sommerso dall’acqua e non ci fosse via d’uscita , morirebbero tutti annegati. Il destino dei ragazzini sembra tragicamente già scritto: ci vuole un’idea, anche folle, un azzardo…

Molto lavoro è stato dedicato alla creazione degli aspetti tecnici di 13 vite, dall’abile ricreazione di Molly Hughes degli interni della grotta thailandese di Tham Luang Nang Non, fino ai suoi attori principali che hanno ottenuto la certificazione da sub in modo che potessero immergersi senza molto uso di controfigure. La fotografia subacquea di Sayombhu Mukdeeprom è impressionante e il mix sonoro è spesso piuttosto inquietante nella rappresentazione dell’acqua e dei rumori delle caverne.

Ma l’anima di questo film, che riesce fino alla fine ad essere avvincente anche se i fatti reali sono noti, è la tenacia con cui ci si attacca a quest’idea folle (che viene a Stanton e che implicherà l’arrivo in scena di un amico dei due inglesi, un medico interpretato da Joel Edgerton). Stanton, che all’inizio dichiara «a me nemmeno  piacciono i ragazzini!» e che, arrivato sul luogo e resosi conto della gravità della situazione, sembra essere in un primo momento il primo a gettare la spugna come risultato di un ragionamento razionale e di una verificata inattuabilità di un piano di salvezza, viene toccato dallo sguardo della madre di uno dei ragazzini, che staziona con gli altri genitori fuori dalla grotta. C’è determinazione in quello sguardo, c’è impossibilità di arrendersi, c’è amore: c’è speranza. La speranza a volte prende sembianze inaspettate, come quelle di un pompiere esperto sub che arriva dall’altra parte del mondo, mai visto e conosciuto prima, ma che potrebbe rappresentare l’unica via di salvezza per tuo figlio. E allora a quella speranza uno dà tutto, dà il cuore. È il cuore di quella donna che Stanton riceve con quello sguardo, e non può gettarlo nel fango che gli implacabili monsoni hanno formato ai suoi piedi. E allora si tenta il tutto per tutto, anche l’impensabile…

Senza melodrammi, isterismi, estremizzazioni (nonostante la situazione molto estrema!), approccio suggerito senz’altro anche dall’ambientazione orientale con la sua attitudine zen verso ogni fatto della vita, man mano che i soccorsi proseguono e ci si avvicina sempre più all’obiettivo, si approfondisce il legame tra tutte le persone coinvolte: la squadra dei sommozzatori guidata da Stanton e Volanthen, i genitori, i sommozzatori locali e chi viene da fuori e più di tutti, anche se ci è dato di comprenderlo solo più avanti, gli stessi ragazzini. Che, raccolti intorno all’allenatore,  attendono con coraggio e compostezza una svolta non solo per un’obbedienza a un ordine formale, ma per un’incrollabile speranza in un destino di buono.

La regia accompagna sommessa l’avventura senza scossoni, ma con partecipazione e intensità, giustamente non aggiungendo nulla a una storia, a un’ambientazione e a dei gesti già profondi ed essenziali senza artifici stilistici. Credibili e convincenti tutti gli attori del cast, su tutti Mortensen e Farrell (che, partito agli esordi come belloccio – anche un po’ coatto … – da action movie e dintorni, sta vivendo un’interessantissima seconda parte della sua carriera).

Tutti collaborano, chi fuori e chi dentro alla grotta, alla riuscita dell’impresa, senza il benché minimo tornaconto in mente: la dea rappresentata con una statua all’ingresso della grotta dorme, ma nel cuore di ognuno dei partecipanti all’impresa si risveglia, nitido e potente, un desiderio di vita che crea legami, che trova soluzioni; che commuove ed entusiasma.

Eva Anelli

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