Non sempre i buoni propositi diventano buoni film. 100 metri dal Paradiso è pieno di buoni propositi e ha forse un'idea discreta, per lo meno bizzarra: quello di raccontare il legame che unisce fede e sport attraverso il racconto, grottesco e inverosimile, di una nazionale della Città del Vaticano in gara alle Olimpiadi del 2012. I buoni propositi sono tutti sulla carta e ampiamente esibiti durante il film: mostrare un volto pulito e corretto della Chiesa, dai vertici (cardinali, alto clero) ai semplici fedeli; svecchiare il modo comunicativo della Chiesa (non più discorsi teologici ma un dialogo reale con il mondo senza censurare nulla delle attrattive del mondo, dalla musica rock allo sport agonistico); far apparire la Chiesa Cattolica come aperta a tutti, a tutti gli angoli del mondo. E in effetti i protagonisti incaricati di ricercare talenti sportivi se ne vanno, in tutti gli angoli del mondo, dalla Colombia al Ciad fino all'Italia. Il regista Raffaele Verzillo e i suoi interpreti ce la mettono tutta per realizzare un film decente: evitano le volgarità, a parte un paio di battute del preparatore atletico Giorgio Colangeli (di gran lunga il più bravo e simpatico del cast), e cercano di raccontare la Chiesa secondo un'immagine paciosa e sorridente, un po' ingenua ma anche appassionata come lo è il protagonista Domenico Fortunato che veste i panni di monsignor Angelo Paolini.,I problemi però sono tanti: il film ha il ritmo, la comicità e la prevedibilità né più né meno di una puntata qualunque di Don Matteo. Non è recitato in modo vergognoso, ma la regia attinge e a un immaginario da spot dell'8 per mille. I personaggi finiscono nella caricatura, per quanto bonaria, e alcune gag finiscono per diventare un boomerang: quella in apertura con l'iPhone “cattolico” con le immagini e la suoneria della Madonna che balla, la Guardia Svizzera che nei momenti morti salta la siepe o l'acqua santa portata in aeroporto sono pietose, da Bagaglino cattolico; per non dire dei soprammobili con la testa del Papa. E i personaggi sono tutti tranne uno, quello di monsignor Paolini, trattati in modo superficiale, scivolano nel folklore e nelle bizzarria non conquistando mai una statura umana. Discorso a parte, appunto, sulla figura del Monsignore psicologicamente più centrato e in un certo modo interessante. Il monsignore, ben pasciuto, sempre sorridente è un prete ipertecnologico o forse semplicemente un religioso che sta al passo coi tempi: sempre attaccato al suo iPad, è uno dei responsabili dell'Ufficio di Comunicazioni Sociali del Vaticano e da tempo cerca di trovare il modo per convincere i suoi superiori a svecchiare la comunicazione della Chiesa. Sarà lui stesso in un dialogo con la sorella a dire quello che ci sembra l'obiettivo programmatico del film: la Chiesa si poggia su dei contenuti veri e affascinanti ma ha sempre comunicato tali verità nel modo sbagliato, lasciandosi superare dalla modernità e non ritenendo fondamentale una vera e propria campagna di marketing pubblicitario come fanno tante aziende di successo internazionale. Tipo la Coca Cola, assicura il religioso azzardando forse un paragone un po' forte. Così il film, che si presenta in una confezione al risparmio ma decorosa, con interpreti non particolarmente affascinanti ma accettabili, una regia televisiva ma pulita e una sceneggiatura senza infamia e senza lode, rischia grosso e presta al fianco a perplessità quando cerca di incarnare una Chiesa moderna e attuale dove per includere tutto e tutti rischia di perdere di vista l'essenziale. Come nella sequenza, illuminante, della parrocchia di un paesino campano dove i protagonisti capitano nella loro ricerca dei talenti. Una parrocchia dove non sembra mancare nulla: il sacerdote giovane e bello, la band rock che suona presso l'altare, un clima di grande cordialità e simpatia all'ombra della bandiera della pace. Un centro più sociale che religioso non diverso da tanti luoghi di aggregazione giovanili.,Simone Fortunato