Bel film low budget, furbo nel mettere in mezzo il precedente film Cloverfield che però non c’entra nulla o quasi (il produttore di entrambi è JJ Abrams). Lo spunto è intrigante ed era alla base di un bel pezzo di quella serie televisiva, Lost e i vari episodi ambientati in un bunker, serie ideata e condotta sempre da Abrams. Una ragazza finisce coinvolta in un brutto incidente: si risveglia ore dopo, con una gamba immobilizzata in una stanza spoglia e inquietante, incatenata e imbottita di antidolorifici. Parte come un horror, anzi come un torture porn: stesse ambientazioni, stessa sensazione di claustrofobia, stessa luce gialla e colori sbiaditi. Poi il film, diretto con buon piglio da Dan Trachtenberg, vira una prima volta e si passa su un altro territorio. Quello puro del thriller: chi è quello strano personaggio che ha messo in piedi da anni un bunker perfetto, a prova di bomba e di invasione, dove c’è spazio per tutto: i viveri, il riposo, addirittura una tv, dei libri, delle riviste, dei film? Chi è e come fa ad essere così sicuro dell’ipotetica contaminazione che sta prendendo piede in superficie?

Trachtenberg gioca per tutta la durata del film sull’ambiguità del personaggio di Howard, interpretato con grande forza e carisma da John Goodman, e terrà coperte le carte fino alle ultime sequenze. 10 Cloverfield Lane è però anche altro: è un film nel film. Tante infatti le svolte di “genere” di un film multiforme: il thriller classico, l’horror, addirittura alcuni momenti grotteschi, la fantascienza pura. Girato e ambientato per quasi la totalità della narrazione in uno spazio chiuso con appena 3 attori (tutti e tre in gamba: anche se la migliore per chi scrive è Mary Elizabeth Winstead, bella eroina d’azione già vista nel remake de La cosa), 10 Cloverfield Lane possiede un bel ritmo, gioca bene le proprie poche carte con lo spettatore e non è banale dal punto di vista tecnico. È una scommessa, vinta: girare un film facendo leva sulle paure e sulle attese dello spettatore il cui punto di vista coincide totalmente con quello della Winstead e prenderlo anche un po’ in giro, disseminando indizi veri o falsi e giocando con i luoghi comuni del genere di riferimento, dalle ambientazioni all’abbigliamento dei protagonisti (la canotta e i piedi nudi della Winstead, un classico di certo cinema di paura).

Simone Fortunato