Zona d’ombra

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Un medico scopre da alcune autopsie il rischio per i giocatori di football di incorrere in forme di patologie gravi al cervello.

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Discreto film di denuncia ben interpretato da Will Smith nei panni del medico, autore di una ricerca con cui si mette in correlazione il football professionistico con una forma particolarmente grave di commozione cerebrale. Diretto da Peter Landesman che aveva scritto un altro film d’inchiesta, il più riuscito Le regole del gioco, Zona d’ombra racconta una storia tipicamente americana con al centro la vicenda di un riscatto personale e lavorativo. Il dottor Bennet Omalu, nigeriano, ha un curriculum di tutto rispetto. Un “secchione”, puntiglioso nel suo lavoro tanto da suscitare qualche antipatia tra i colleghi. La svolta capita quando gli viene affidata l’autopsia di Mike Webster, ex giocatore di football da anni caduto in disgrazia e in cura senza troppo successo per problematiche legate al cervello. Omalu, convinto che dietro il caso di Webster ci siano diagnosi errate e soprattutto ipotizzando uno stretto legame tra i disturbi neuronali e i colpi subiti dall’atleta in campo, si finanzierà da solo gli esami laboratoriali: i risultati, pubblicati in uno studio, metteranno in difficoltà la NFL, la lega che gestisce il football professionistico e che gli metteranno in tutti i modi i bastoni tra le ruote.

Film discreto, dalla trama un po’ ovvia e legato a una realtà a noi distantissima come il football americano e il business che crea: immaginare un film simile e dal medesimo taglio applicato al mondo del calcio farebbe senz’altro più impressione. La regia di Landesman non regala grandi scossoni o svolte: centra la narrazione tutta attorno a Smith che è bravo e verosimile nei panni del medico appassionato che un po’ ingenuamente si ficca in un pasticcio. Il film manca di alcune sponde forti: la vicenda sentimentale che ruota attorno al protagonista non brilla per originalità e anche l’antagonista – in realtà la NFL, rappresentata da medici più o meno compiacenti – appare in termini di narrazione poca cosa. E anche il voler mescolare, a un certo punto della narrazione, il privato e il pubblico di Omalu – e quindi la sua storia sentimentale e i pregiudizi ignoranti e razzisti nei confronti dello “straniero” – rischia di romanzare troppo una storia già di suo complessa che tocca tanti aspetti: medici, sportivi, legali e di opportunità politica. D’altro canto, una buona confezione, l’impiego di diversi buoni attori (da David Morse che interpreta Webster a Eddie Marsan e Alec Baldwin, fino al grande Albert Brooks nei panni di chi per primo intuì che Omalu era nel giusto) rendono il film interessante e credibile per quanto non originalissimo.

Simone Fortunato

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