Zero Dark Thirty

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Per dieci anni, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, una determinata agente della CIA dà la caccia a Bin Laden fino a scovarlo nel suo rifugio in Pakistan.

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L’agente Maya, protagonista assoluta dell’ultima grande pellicola della regista premio Oscar Kathryn Bigelow (la sua esclusione dalle candidature 2013 è incomprensibile), ha la determinazione ossessiva e assoluta dei detective del cinema di una volta: una dedizione totale a una missione che diventa un destino, tra mille imprevisti, errori umani e casualità imponderabili della storia.,Anche se il film della Bigelow ha la precisione e la forza dei migliori docudrammi (lo sceneggiatore Mark Boal, anche giornalista, si è documentato per anni, prima con l’idea di scrivere la storia di un fallimento, poi, superato a destra dalla storia, di un incredibile successo), va oltre il puro valore cronachistico per diventare l’ennesimo implacabile studio di carattere, tanto quanto lo era Hurt Locker, dedicato agli artificieri nel tormentato Iraq post Saddam. ,Non sappiamo quasi nulla della vita della giovane Maya (verremo informati più avanti che è stata reclutata addirittura ai tempi della scuola) prima del suo arrivo sul campo, che coincide con una delle esperienze più brutali legate alla sua “professione”: un “interrogatorio rinforzato”, come venivano chiamati all’epoca, a un membro di Al-Qaida, con tanto di waterboarding, collari da animali, pestaggi e umiliazioni varie del prigioniero. È il primo, ma non sarà l’ultimo nei primi anni della caccia a Bin Laden.,Il film non nasconde la brutalità di questi metodi (come pure l’effetto che fanno sulla recluta, ma anche su un veterano apparentemente consumato come il suo superiore Dan), e di certo non intraprende una campagna “politica” contro la tortura, presentandola piuttosto attraverso gli occhi di chi la praticava e la riteneva un metodo utile (come del resto drammaticamente è stato) e inevitabile della lotta al terrorismo. ,Da questo punto di vista, certamente il film richiede una notevole maturità di giudizio e un’educata capacità di discernimento ai suoi spettatori, perché preferisce non dare preconfezionate ricette di moralità su questo aspetto così come anche sulle inevitabili vittime “collaterali” del raid finale contro Bin Laden.,Evitando facili psicologismi (del resto, per stessa ammissione dello sceneggiatore, era impossibile esporre troppo i dettagli della vita della “vera” Maya, per evitare di scoprirla) la Bigelow affida la “motivazione” della missione unilaterale di Maya alle voci delle vittime innocenti dell’11 settembre, che si susseguono stupefatte, terrorizzate e infine disperate di fronte all’orrore sullo sfondo di uno schermo nero. Non è difficile pensare che molti agenti della CIA all’indomani della tragedia abbiano fatto della cattura del responsabile di quell’orrore la propria unica missione. Quello che poteva sembrare un moto naturale allora, però, lo è molto meno quasi dieci anni dopo, con uno scenario politico (interno ed esterno) cambiato, tanti fallimenti e perdite di vite umane alle spalle, le carte in gioco mescolate o cambiate a metà percorso. In questa prospettiva la determinazione univoca di Maya (lei stessa ammetterà al direttore della Cia di non essersi dedicata ad altro per 12 anni) assume il carattere di una crociata solitaria (lo stesso Dan aveva evocato i “crociati bambini” di medioevale memoria all’arrivo sul campo della giovanissima recluta) che assorbe in sé ogni aspetto della vita. ,Non sarebbe azzardato chiamare tutto questo “vocazione”. Maya è, paradossalmente, una sorta di madre Teresa dell’antiterrorismo, una donna che alla collega che le chiede se ha un fidanzato o faccia almeno sesso risponde che non è una “che scopa in giro”, una Giovanna d’Arco dei tempi moderni, che si muove allo stesso tempo femminile e asessuata tra colleghi uomini “machi”, consapevoli, però, che prima o poi dovranno cedere alla sua testardaggine. Una donna capace di tener testa tanto a un plotone di nerboruti Navy Seals quanto ai suoi insidiosi superiori, che chiedono bersagli da colpire e gente da uccidere, ma poi rischiano di pregiudicare la missione per paura di sbagliare (i riferimenti agli errori dei servizi segreti sia nella prevenzione degli attentati che nella motivazione della guerra in Iraq sono parecchi e impietosi).,La Bigelow adatta il suo stile di regia, asciutto ed efficace, al dipanarsi della storia, dalla riprese senza pudore ipocrita degli interrogatori, alle cacce dinamiche dei possibili anelli di congiunzione, fino alla lunga sequenza finale dedicata al raid vero e proprio, in uno stile documentaristico e sporco che rende ragione della confusione e dell’incertezza, ma, nel rifiuto della spettacolarità più banale, ottiene paradossalmente un effetto adrenalinico ancora più potente. Alla fine di tanta eccitazione anche lo spettatore può condividere, dopo la lunga camminata di Maya verso un sacco da morto che contiene il suo destino, lo stesso stupore annichilente di chi sa che ha probabilmente compiuto l’azione che definirà la sua intera esistenza e che, proprio per questo, in mancanza di altri riferimenti, non sa più nemmeno dove andare. ,Laura Cotta Ramosino,

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