Zeffirelli, cristiano contraddittorio e appassionato

Zeffirelli, cristiano contraddittorio e appassionato

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Ripercorriamo la figura e le opere cinematografiche del regista scomparso (1923-2019). E su tutte, il “suo” Gesù televisivo

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In morte, ma in realtà già in parte negli anni del lungo declino, sta ottenendo anche in patria quanto avrebbe meritato senza i troppi pregiudizi che hanno costellato la sua esistenza. La scomparsa di Franco Zeffirelli, il 15 giugno all’età di 96 anni, sta dando finalmente all’artista – parola che lo rappresenta meglio del semplice “regista”, anche se lui si considerava un artigiano: ma da bottega rinascimentale – fiorentino il posto che gli merita nella storia del Novecento e dell’arte italiana in genere. Certo, i suoi risultati maggiori – e più indiscussi – si sono avuti nel teatro e nell’opera; mentre è il cinema il campo dove ha avuto meno plausi, quanto meno in Italia; all’estero, c’è stato un momento in cui è stato il nostro regista più amato, quello con cui volevano lavorare le maggiori star. E comunque anche nella Settima arte, come nella Televisione migliore della Rai anni 60 e 70, ha realizzato opere che rimangono nella storia o che meritano di essere ripescate dall’oblio. E quindi, dopo tanti articoli e tante testimonianze e recuperi di aneddoti e frasi che hanno illuminato l’uomo, ci permettiamo di fare un “ripasso” sulla sua carriera cinematografica, di cui è sbiadito il ricordo e che è molto poco conosciuta da tanti giovani appassionati, anche allo scopo di recuperare qualche film.

Intanto qualche cenno biografico: come tanti avranno scoperto solo adesso, anche se Zeffirelli non l’ha mai nascosto, il suo cognome fu inventato dalla madre che lo voleva far chiamare Zeffiretti  (dal nome di un’aria di Idomeneo, un’opera di Mozart da lei amata), e poi a u errore dell’impiegato dell’anagrafe, che lo trasformò appunto in Zeffirelli. Nome completo: Gian Franco Corsi Zeffirelli, dove il cognome Corsi, ovvero quello del padre naturale, fu aggiunto anni dopo quando era già maggiorenne. La madre, Alaide Garosi Cipriani, aveva una relazione adulterina con il ricco commerciante Ottorino Corsi che appunto non lo riconobbe se non dopo i 18 anni (peraltro, da recenti ricerche, si è scoperta la probabile discendenza del padre, e quindi di Zeffirelli, addirittura da Leonardo da Vinci). Una nascita scandalosa, nella Firenze del 1923, che segnò Zeffirelli: da piccolo dovette assistere alla morte prematura della madre, quando aveva solo 6 anni, gli insulti dei bambini (ma anche della moglie legittima del padre) in quanto “bastardo”, le difficoltà di essere tirato su da parenti del padre. Vicende liberamente raccontate nel bel film autobiografico Un tè con Mussolini. Formatosi all’Accademia di Belle Arti a Firenze (e prima nel collegio del convento di san Marco, dove tra i suoi insegnanti c’era il grande Giorgio La Pira, futuro sindaco di Firenze), Zeffirelli entra nel mondo dello spettacolo come scenografo, per l’opera Troilo e Cressida diretta da Luchino Visconti, di cui divenne aiuto regista per i film La terra trema e Senso e con cui strinse un lungo sodalizio creativo e umano (finito con un’aspra e dolorosa rottura). Il suo lavoro da apprendista nel grande teatro e cinema di quegli anni lo porta poi a debuttare negli anni 50, prima come regista teatrale – dove si afferma rapidamente, dalla Scala al Covent Garden di Londra – e poi sui set cinematografici: ambito in cui inizialmente non eccelle, con le prime opere non certo memorabili (la commedia giovanile Camping, 1957; Un giorno insieme, 1965). Il successo gli arriva anche dal cinema con La bisbetica domata (1967), campione di incassi tratto dall’amato Shakespeare con la coppia di divi assoluti per antonomasia, Liz Taylor e Richard Burton, che ebbe anche due nomination agli Oscar per scenografie e costumi. Prima, però, nel 1966 realizzò Per Firenze, un documentario sulla terribile alluvione causata dallo straripamento dell’Arno che flagellò quell’anno il capoluogo toscano: per molti, una delle sue cose più belle e toccanti. Ma a La bisbetica domata seguì un altro film shakespeariano, il sorprendente ed energico Romeo e Giulietta (1966) per il quale ricevette la nomination all’Oscar come miglior regista e vari premi tra cui un Golden Globe come miglior film straniero in inglese, che è considerato tra i migliori film tratto dal Bardo e che si appoggiava sulla freschezza dei due ottimi protagonisti Leonard Whiting e Olivia Hussey, e poi il francescano Fratello sole, sorella luna (1972); due grandi film, produttivamente e come respiro narrativo, anche se oggi un po’ datati nella loro fresca “ingenuità”, ma forse tra gli ultimi film davvero popolari prodotti in Italia (entrambi premiati come miglior film ai David di Donatello, il riconoscimento nazionale più ambito) e diretti da grandi registi, dopo che un’intera generazione di autori scompariva (la morte di Vittorio De Sica, nel 1974, ci sembra uno spartiacque) o declinava o si richiudeva in temi, stili e confini più asfittici (pensiamo al Fellini del dopo Amarcord). Non ci sembra un caso che il suo percorso successivo, che lo porta a essere tanto amato all’estero (i protagonisti dei suoi film di quegli anni sono sempre attori internazionali) quanto visto come un alieno in Italia, sia dalla critica ideologica e militante che lo iniziò a prendere come modello negativo che dai colleghi, fu da un lato la Televisione che gli regalò la sua sfida più grande, il Gesù di Nazareth (1977) che batté ogni record di ascolto e per numeri, eco mondiale e consensi del pubblico permane ancora oggi la sua opera più conosciuta, amata e quindi popolare; dall’altro l’approdo a Hollywood con film di “storia” e senza pretese autoriali (i registi europei venivano, e vengono, assoldati come “director” in America dove la parola “autore” non aveva, e in parte non ha ancora, molta considerazione). Ne è un esempio il dimenticato Il campione (1979), remake strappalacrime – ma curato per sceneggiatura e messa in scena – di un dramma anni 30 di King Vidor e oltre tutto arricchito da un terzetto di attori in forma (Jon Voight, Faye Dunaway e il bambino prodigio Ricky Schroeder che vinse per la sua prova il Golde Globe), film di buon successo al box office Usa; e il più debole se non brutto Amore senza fine (1981), storia di un amore contrastato tra due giovanissimi (che lanciò Brooke Shields). Seguono gli anni dei film-opera (con attori-cantanti, su tutti Placido Domingo), che contribuiscono a farlo amare dai melomani quanto ad allontanarlo dalla giovane critica emergente. Al cinema classico torna nel 1988 con Il giovane Toscanini (sempre vicino, quindi, al suo campo prediletto ovvero l’Opera), e fu la debacle; il film non era una gran riuscita, a cominciare dal protagonista C. Thomas Howell che era interprete da commedie giovanili americane, ma non meritava – come non la merita nessuno – la gazzarra che si scatenò alla Mostra di Venezia, a causa dei fischi e degli ululati alle proiezioni dedicate di giornalisti e critici (alcuni dei quali in questi giorni si sono detti pentiti di tali reazioni: peraltro, non abbiamo mai capito per quale ragione chi va ai festival per lavoro si comporti in certi casi come un ultrà allo stadio) e perfino in conferenza stampa (se ne trova traccia on line, e sono scene imbarazzanti con giornalisti che fanno vergognose domande-dileggio).

Zeffirelli aveva un brutto carattere, e questo lo ha finito per danneggiare parecchio: frequenti le sue esternazioni fin troppo sopra le righe (al di là del merito) che lo rendevano sgradevole; in quel festival, per esempio al di là di un film non riuscito (ma si è visto anche di molto peggio sul Lido), pagò frasi colorite contro Martin Scorsese e il suo L’ultima tentazione di Cristo (soprattutto con pesanti allusioni a presunte lobby ebraiche, che onestamente con Scorsese non c’entravano molto). In seguito, lui già inviso a gran parte della critica e dell’ambiente di sinistra per il suo esplicito anticomunismo in un periodo storico in cui gli animi politici erano accesi e il PCI molto forte in Italia, non lo aiutò certo lo schierarsi con Silvio Berlusconi sceso in politica, fino a essere eletto senatore con Forza Italia (e usando a volte, in maniera sgraziata, il suo ruolo politico per cercare, peraltro invano, di regolare certi conti in sospeso). L’uomo era così: fiorentino verace, incarnazione di furori e passioni estreme (o con lui o contro di lui) e di contraddizioni apparenti (omosessuale e cattolico, si scagliava contro non solo le parate pride ma addirittura contro la stessa parola gay che lo faceva imbufalire).

Nel frattempo però i suoi film diventano con il passare del tempo più controllati e, magari a denti stretti, apprezzati anche dalla critica: da un Amleto (1990) di grande forza ed energia (e fedeltà al testo) con un Mel Gibson considerato sulla carta una forzatura ma poi, a distanza di tempo, apprezzato dai più a Storia di una capinera (1993) che mantiene limiti e pregi del suo cinema in un equilibrio rischioso ma abbastanza convincente; e ancora più sobrio e apprezzato risulterà Jane Eyre (1996), in cui tradusse il testo brontiano con rigore sconosciuto e dirigendo al meglio la giovane Charlotte Gainsbourg. Probabilmente, è però Un tè con Mussolini (1999) il suo film – popolato da grandi attrici e star internazionali, come Joan Plowright, Judi Dench, Maggie Smith e Cher – giudicato con maggior rispetto anche per via dell’evidente tema, autobiograficamente doloroso, dell’infanzia da figlio illegittimo. Mentre Callas Forever (2002), con un’ottima Fanny Ardant, non aggiunge molto alla sua filmografia ma è un decoroso omaggio a una delle sue dive tanto amate (e da cui era ricambiato).

Ma il capolavoro di quest’uomo appassionato e geniale (soprattutto a Teatro, dove fu fedele al testo e ingegnoso nella messa in scena, e come all’estero gli veniva più facilmente riconosciuto), contradditorio e furioso (anche perché sentiva di essere meno apprezzato di quanto credeva di meritare), affascinante per i suo divi e detestabile per i suoi avversari rimane, a nostro avviso, proprio Gesù di Nazareth in cui Zeffirelli riversò tutte le sue capacità di uomo di spettacolo e tutte le sue convinzioni e certezze di cristiano. E non sembri strano che, noi amanti del Cinema, stavolta diamo il giusto risalto a un’opera televisiva passata alla storia non solo per un cast meraviglioso e insuperabile, musiche indimenticabili e location suggestive (e anche un meraviglioso doppiaggio: su tutti Pino Colizzi, che migliorò tantissimo la prova del protagonista; in questo caso la versione originale è decisamente inferiore). Ma perché ebbe il merito di rendere familiare l’umanità di Gesù, anche a rischio di critiche per qualche libertà nel testo (lui così fedele alle opere teatrali) e a una drammatizzazione che poteva sconcertare chi prediligeva opere più rigorose (come Il vangelo secondo Matteo di Pasolini), a moltitudini di persone semplici, anche e soprattutto bambini. E che riuscì a fissare l’immagine di Gesù per una generazione di spettatori (e per le successive, grazie a repliche e supporti home video): l’immaginario e la fede di tanti cristiani contemporanei devono molto a quel Cristo interpretato da Robert Powell, come nei secoli passati avveniva davanti alle grandi opere d’arte.

Antonio Autieri

Una scena da La bisbetica domata (1967), con Richard Burton ed Elizabeth Taylor

Una scena da Romeo e Giulietta (1968)

Una scena da Fratello sole, sorella luna (1972), con il celebre brano di Riz Ortolani – con testo di padre Jean-Marie Benjamin – cantato da un giovane Claudio Baglioni

Una scena da Gesù di Nazareth (1977)

Una scena da Il campione (1979)

Il trailer di Amleto (1990) con Mel Gibson

Il trailer di Jane Eyre (1996)

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...