Yesterday

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Un oscuro cantante, dopo un incidente, si sveglia dal coma e fa una scoperta sensazionale. Che lo può far diventare famoso.

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Lo spunto di partenza è così clamoroso – anche se ci sono autori di romanzi e graphic novel che ne reclamano la primogenitura – che si vorrebbe non dir nulla, perché la sorpresa sia massima. E quindi, come altre volte e forse di più, ci si potrebbe astenere dal leggere e fidarsi a scatola vuota del nostro consiglio. E tornare su queste note a visione avvenuta.

Intendiamoci: Yesterday non è un capolavoro, e il suo regista Danny Boyle – come passa il tempo: ieri, giusto per rimanere in tema al titolo del film, era un regista emergente che scandalizzava il mondo con Trainspotting e oggi è già un 63enne regista affermato e pluripremiato – ha diretto, a parte le prime folgoranti opere (mettiamoci anche Piccoli omicidi tra amici), film come The Millionaire e 127 ore, Millions e Steve Jobs, da far pensare con questo film di trovarsi di fronte semplicemente a una boccata d’aria fresca, una commedia fantasy surreale e scacciapensieri. Ma a parte che non ci sarebbe nulla di male – il cinema è anche divertimento, anzi nasce come tale: perché negarlo? – non è che realizzare una commedia solida, pur su uno spunto di partenza folle, sia da tutti. Anzi.

Comunque, se siete ancora qui a leggerci (a vostro rischio e pericolo) diciamo che il protagonista Jack Malik è un cantautore sfortunato – o forse poco talentuoso – che prova a emergere nella piccola cittadina inglese in cui vive, sostenuto da un’amica che gli fa da manager e con la crescente convinzione di doversi cercarsi un lavoro vero. Ma un incidente, mentre va in bicicletta di notte, e un contemporaneo blackout su tutto il pianeta creano una situazione paradossale: al suo risveglio dal coma, quando prova “Yesterday” dei Beatles con la chitarra nuova regalata dai suoi più cari amici, scopre che loro, e non solo loro, non hanno mai sentito nominare il quartetto di Liverpool. Perché non approfittarne?

Non aggiungiamo altro, se non che a un certo punto Jack si trova a suonare con il celebre Ed Sheeran (che recita sé stesso con impagabile autoironia: l’aveva già fatto nel terzo episodio di Bridget Jones, ma qui l’understatement è da grande attore), a diventare egli stesso famoso, a decidere cosa gli interessa di più mentre arrivano soldi e occasioni, con l’aiuto di un’agente americana che sembra promettergli il mondo in cambio della sua anima. E infatti la sua amica Ellie, non più manager ma tornata alla sua vita da insegnante nella cittadina di provincia, ha qualcosa da rinfacciargli per quello che è diventato.

Danny Boyle gestisce alla grande la sceneggiatura di Richard Curtis (già regista e sceneggiatore di Love actually e di quel gioiello che è Questione di tempo, ma anche sceneggiatore per altri con Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Trash e tanti altri film), ricca di situazioni umoristiche e di battute ben congegnate, oltre che di personaggi gustosi. A cominciare dal protagonista, per il quale Boyle si appoggia su un interprete inglese di origini indiane, Himesh Patel, finora noto solo nel suo Paese per partecipazioni a una storica soap opera e poi a varie serie tv (ma ora già impegnato nel prossimo film di Christopher Nolan). Patel, omonimo di quel Dev Patel lanciato proprio da Boyle in The Millionaire, porta un candore perfetto per il ruolo: il suo cantautore sfigato che diventa star planetaria è credibile come parabola anche di questi tempi in cui la fama può nascere e sparire in un attimo. Azzeccata anche la scelta di Lily James nella parte dell’amica e confidente che desidererebbe essere qualcosa di più, mentre l’amico tecnico pasticcione ed esilarante Rocky è interpretato da Joel Fry (già nel cast di Il trono di spade).

Ma ad assicurare colonna sonora, nerbo alla storia e senso dell’operazione ci sono ovviamente le canzoni dei Beatles: eterne e immortali, ancora fonte di ispirazione e motore narrativo potente (ma ci vuole anche un vero film, non come il recente Blinded on the Light che si incarta nonostante le canzoni di Springsteen…). Perché, davvero, «un mondo senza i Beatles è un mondo peggiore…».

Antonio Autieri