Wonder Park

Wonder Park

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Una ragazzina abbandona giochi e immaginazioni quando la madre si ammala. Per poi ritrovarli nel modo più inaspettato

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Wonderland è il parco giochi delle meraviglie, ricco di fantastiche attrazioni, inventato da June insieme a sua madre: un posto meraviglioso pieno di gioia, appunto, dove la sua fantasia è libera di sprigionarsi. A 8 anni, però, lei va in crisi dopo che la mamma le ha comunicato che è molto malata e che deve allontanarsi per le cure necessarie. June allora distrugge tutto ciò che le ricorda quei giochi allegri e spensierati fatti con la madre. Se non che un giorno si perde in un bosco, per ritrovarsi in un parco in disarmo. E scoprire che è proprio Wonderland, esattamente come l’aveva immaginato lei. Ma non più felice e colorato (per la gioia di chi ci andava), bensì spento e deserto, con i suoi “eroi”/animali parlanti (lo scimpanzé Peanut, il cinghiale Greta, l’orso Boomer, il porcospino Steve, i due castori Cooper e Gus) assaltati da terribili nemici – pupazzetti fuori controllo diventati “scimpazombie” per influsso della terribile Ombra – da quando lei non lo cura più… Come salvarlo e farlo tornare com’era?

Wonder Park è un film di animazione “minore” (per ambizioni e dimensioni, pur se realizzato a Holywood) interessante e originale, che affianca al classico tema della “fantasia” creatrice di mondi – non solo per il parco, ma anche per i giochi spericolati che June inventa con i suoi amici – quello della crisi di una bambina che si scontra con qualcosa più grande di lei: la malattia della persona cui è più legata. È bella quella famiglia descritta con semplicità, è toccante la scena in cui la madre le dice di essere malata ma anche di «non spegnere la luce» che ha dentro e acuta la rappresentazione di un padre che soffre e aspetta (non solo ma moglie, ma anche la figlia scappata via), e che June riscoprirà nel suo valore affettivo. Ci sono tocchi davvero commoventi  nella prima parte, come lo sguardo con cui la madre affida June, silenziosamente, ai vicini di casa (genitori di un suo amichetto).

Ma anche la descrizione del mondo fantastico non è male, con quel passaggio dal bosco al parco magico che ricorda il mondo fantastico di Un ponte per Terabithia. Come nei migliori film per bambini, qui la fantasia non è distrazione di sogni ad occhi aperti ma chiave di introduzione alla realtà e di riscoperta della stessa; non a caso quando tornerà June sembrerà riconoscere di nuovo l’affetto di suo padre.

Peccato però che poi la lunga parte della “battaglia” per sconfiggere l’oscura ombra minacciosa e i suoi pupazzetti malefici, pur nella simpatia degli animali parlanti, sia un po’ confusa e poco avvincente; e si perda parecchia della poesia del resto del film. Ma animazione di buon livello e alcuni momenti visivi notevoli ne fanno un prodotto più che dignitoso, senza contare alcune ottime idee o intuizioni (come il fatto che l’Ombra non scompaia, ma rimane per ricordare di guardare la luce. Un film apprezzabile, dunque, che magari non ha la capacità di elevarsi al di fuori del target di riferimento (identificabile, più o meno, con i bambini delle elementari), ma che non dispiacerà forse nemmeno ai genitori.

Luigi De Giorgio

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