We Want Sex

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Nella Londra degli anni Sessanta, un gruppo di operaie della Ford daranno vita al primo sciopero femminile della storia.

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Non ci si faccia ingannare dal titolo “italiano” (cioè, in inglese ma voluto dalla distribuzione italiana: l’originale è Made in Dagenham), più che fuorviante. We Want Sex è un film pulitissimo, adatto per tutti. Il titolo riprende lo slogan “We want sex equality”, coniato dalle operaie della Ford di Londra, che negli anni Sessanta lottarono accanto ai sindacati per avere la stessa paga degli uomini. A guidare questo sciopero femminile (il primo della storia) è la caparbia Rita O’Grady (Sally Hawkins). L’ondata di protesta coinvolgerà a poco a poco anche le operaie degli altri stabilimenti, provocando il cortocircuito della multinazionale e convincendo il governo inglese a concedere loro pieni diritti sul lavoro, gli stessi degli uomini.

Il film ha un grande pregio e un grande difetto. Il merito del regista Nigel Cole (autore del divertente L’erba di Grace) e dello sceneggiatore William Ivory, è di mettere in campo dei rapporti di vera amicizia e non di solo tornaconto. Questo appare ben chiaro fin dalle prime scene, quando Rita e le sue compagne vivono il lavoro come una squadra realmente umana, discorrendo dei propri problemi, non come muti elementi di una catena di montaggio. L’idea di uno sciopero parte proprio da questa amicizia, dalla difficoltà di essere riconosciute anzitutto dai mariti come elementi essenziali per la società, per la crescita anche morale di essa; tanto più che troveranno una buona alleata nella ricca moglie di un importante socio Ford (e sembra una vecchia amica anche il ministro Barbara Castle, decisiva nel sostenerle). Insieme non lotteranno semplicemente contro il sistema, ma si daranno una mano nella vita drammatica di ogni giorno. In questi rapporti c’è spazio per tutto ciò che è umano: il lavoro, il festeggiare la sera (particolarmente simpatica la colonna sonora con le canzonette dei tempi), il sostenere un’amica il cui marito è disturbato mentalmente, persino il litigio, il tradimento e il perdono. Bella poi la descrizione che viene fatta della famiglia di Rita: lei ama i figli e il marito e farebbe di tutto per loro. Quando poi si trova a scioperare, vive il drammatico conflitto interiore tra il continuare la protesta o il tornare al lavoro per sfamare la famiglia, come vorrebbe il marito (anch’egli operaio Ford). La lite che ne emerge non sfocia però in una rottura, perché in fondo ad unirli è la coscienza che insieme si è più forti soprattutto nelle difficoltà.

Come si diceva, vi è però anche un grande difetto. Se infatti, da una parte il mondo delle operaie è ben dipinto con ricche sfumature di colore, dall’altra la sfera dell’azienda, dei manager, dei datori di lavoro è una grande macchia nera o al massimo grigia. I sindacati sono corrotti e pensano a tenersi buoni i capi della Ford (anche se un sindacalista ribelle darà una grossa mano a Rita); i manager della multinazionale sono sciacalli avidi di denaro; il Primo Ministro è sordo a ogni problema. Peccato, una parte di realtà grigia contrapposta a un’altra colorata fa sentire odore di manicheismo, e rende meno credibile il tutto.

Andrea Puglia

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