Von Donnersmarck conquista il pubblico (e noi)

Von Donnersmarck conquista il pubblico (e noi)

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La critica divisa su “Opera senza autore”, dal regista de “Le vite degli altri”. Un film davvero emozionante. E poi Paul Greengrass, Jennifer Kent, Bruni Tedeschi, il doc di Morris su Bannon…

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E quasi in chiusura di Mostra del cinema di Venezia arriva il film che non vincerà quasi sicuramente il Leone d’oro (non ce lo vediamo nelle simpatie del presidente di giuria Guillermo del Toro), che dividerà – e sta dividendo, parecchio, la critica – ma ha conquistato il cuore del pubblico. E il nostro. Stiamo parlando di Opera senza autore, terzo film del tedesco Florian Henckel von Donnersmark, protagonista del folgorante esordio alla regia con Le vite degli altri nel 2006 e poi “rapito” da Hollywood per il non eclatante The Tourist. Il ritorno in patria ha fatto bene al regista, che ispirandosi alla vita dell’artista Gerhard Richter racconta tre epoche e trent’anni di storia tedesca del giovane Kurt Barnert, partendo dal 1937 a Dresda sotto il Terzo Reich, passando  per la DDR comunista, per finire nella allora Germania Ovest del benessere. Tanti i temi, in un film lunghissimo ma – eccezione a quanto successo finora al festival – capace di appassionare lo spettatore fino alla fine. Vediamo in particolare la parabola di Kurt bambino già con un talento nel disegno, poi il suo apprendistato e la sua grande storia d’amore con Elie (contrastata dal padre, figura centrale per motivi che non sveleremo), le difficoltà nel vivere da artista. E poi le concezioni di arte al servizio di un’ideologia – prima nazista, poi comunista: entrambe guardavano con sospetto l’arte moderna – fare a pugni con il desiderio di espressione e di libertà. Ci sono tante svolte e colpi di scena (che chissà perché qui al festival sono visti male) come pure tante riflessioni interessanti e su cui sarà bene tornare quando il film uscirà tra un mese nei cinema. Qui basti dire che il percorso umano e artistico di Kurt hanno a che fare con la verità della vita, con tutte le sue sofferenze ma anche con la sua bellezza. Che può celarsi nel ricordo – pieno di dolore e di amore per una persona amata che gli fu strappata da bambino e gli insegnò a non distogliere lo sguardo – come nell’insegnamento imprevedibile di uno scorbutico professore. Tanti i picchi emotivi fortissimi di un melodramma contemporaneo che, pur non esente da difetti (come la maggior parte dei film, peraltro), si è ritagliato un posto di primo piano in questa Mostra. (Antonio Autieri)

Era il 22 luglio 2011 quando Andres Behring Brievik terrorizzò l’intera comunità norvegese uccidendo quasi novanta persone con due attentati rivolti al palazzo del Primo Ministro a Oslo e alla colonia estiva dei ragazzi del partito laburista sull’isola di Utøya. La lucida follia di Brievik e le disastrose conseguenze di tali violenze vengono raccontate dal nuovo film di Peter Greengrass, in concorso alla 75ma Mostra del Cinema di Venezia (disponibile dal 10 ottobre su Netflix). 22 July si fa apprezzare per la rigorosità della messa in scena creata grazie allo studio scrupoloso dei fatti accaduti, trasposti con credibilità e coerenza; ciò che a Greengrass interessa infatti di questa vicenda non è tanto mostrare l’atto in sé, che pure viene ricostruito con grande maestria e ritmo da action movie, quanto piuttosto i risvolti sociali e le reazioni delle vittime che in prima persona si sono viste investite da una violenza inimmaginabile. Dopo una prima fase dedicata alle dinamiche degli attentati, ci ritroviamo dunque ad osservare il corpo e la psiche distrutti di alcuni giovani sopravvissuti di Utøya, che con rabbia e fatica ricostruiscono se stessi e reagiscono, ciascuno a suo modo, al trauma vissuto. Se Greengrass preferisce focalizzarsi sul punto di vista di Vijiar, giovane superstite in costante pericolo di morte a causa di alcune schegge di pallottole impossibili da rimuovere, ciò che più sorprende è il tentativo di rimanere umani compiuto dall’intera comunità, in ottemperanza ai principi di democrazia e libertà che fondano la convivenza civile. Senza mai spettacolarizzare la violenza e il dolore il regista si dedica dunque alle paure e alle contraddizioni che muovono tutti i personaggi, ragionando con intelligenza anche su estremismi e multiculturalismo. Nonostante nella seconda parte il mordente del racconto tenda un po’ a scemare a causa di qualche ridondanza, 22 july rimane un interessante affresco di rinascita dentro e oltre un dolore che diventa punto di partenza per ridefinire il valore della vita. (Maria Letizia Cilea)

Arriva finalmente The Nightingale, il film diretto da Jennifer Kent, l’unica regista donna in concorso. Il punto di vista è femminile. Clare (Aisling Franciosi) è una giovane che sta scontando una pena come ladra. La sconta perché un colonnello inglese (Sam Claflin) ha perso la testa per lei. Lei è felicemente sposata, ha una figlia di qualche mese, ma il colonnello non ha coscienza. E le cose precipitano. Stupro dopo stupro, omicidio dopo omicidio, lei rimane sola e tra le mani non ha niente: solo il desiderio di vendetta. E di una vendetta, che non nasconde la fragilità delle sofferenze subite, The Nightingale è pieno. Così pieno che a volte lo spettatore percepisce l’inutilità di un revenge movie che si sofferma anche sulla malvagità dei colonizzatori rispetto agli aborigeni. Gli interpreti sono tutti bravissimi, ma negli occhi rimane solo quello: una violenza troppo splatter, una crudeltà manieristica e un finale che alla prima proiezione al festival ha scatenato anche insulti (condannati con un’espulsione), applausi istintivi di fronte alla morte del cattivo e illogici di fronte al colpo di pistola nei confronti dell’aborigeno. (Emanuela Genovese)

Con Les Estivants (I villeggianti), passato fuori concorso, Valeria Bruni Tedeschi torna sui temi del precedente Un castello in Italia (e in parte anche dei suoi precedenti da regista): i rapporti con la famiglia (c’è sempre la sua vera madre, qui c’è una sorella che interpreta Valeria Golino), le sue storie sentimentali complesse e tormentate, la morte del fratello (in quel caso lo interpretava Fabrizio Timi, qui è un “fantasma” interpretato da Stefano Cassetti: l’idea più bella del film), un grande passato familiare ora gravato da questioni anche economiche (là c’era un castello ormai difficile da gestire, qui gran parte del film è ambientato in una villa al mare, e poi ci sono i difficili rapporti con la “servitù”), il lavoro nel cinema (vuol raccontare nuovamente la malattia del fratello, ma stavolta è in crisi di idee e trova l’ostilità di madre e sorella)… Qui in particolare al centro c’è la storia d’amore naufragata con il compagno, con cui ha adottato una bambina interpretata dalla vera figlia di Bruni Tedeschi e del suo ex, l’attore Louis Garrel, bello e tormentato che guarda caso trova qui il suo alter ego in Riccardo Scamarcio che in questo lo ricorda (e se pensiamo alla rottura di un’altra coppia storica, cioè Golino-Scamarcio, il gioco di allusioni diventa vertiginoso…) La loro rottura è sgradevole, i tentativi di recupero goffi: e ci si mettono in mezzo poi parenti, amici, i problemi della vita… Si ride della goffaggine e autoironia della protagonista, che ironizza anche sui suoi film (la commissione che le demolisce la sceneggiatura: «racconta sempre se stessa…»). Ma a un certo punto il film si perde in troppi temi (il marito della sorella ha licenziato migliaia di operai della sua fabbrica in crisi), sottostorie, tensioni e flirt tra i dipendenti o con ospiti di passaggio, che singolarmente avrebbero anche senso ma nel complesso fanno perdere il filo di una tragicommedia anche troppo lunga per il “poco” che racconta. Peccato, perché al suo personaggio, alla sua sincerità e alle sue bizzarrie ci siamo affezionati. (Ant.Aut.)

Dopo aver intervistato Robert McNamara in The Fog of War e Donald Rumsfeld in The Unknown Known, con American Dharma (passato fuori concorso) Errol Morris si confronta con un’altra controversa figura del recente scenario politico. Seduto di fronte a lui c’è Steve Bannon, l’uomo che ha portato Trump alla Casa Bianca, decretando la disfatta e la sconfitta della democratica Hillary Clinton. Attraverso un documentario dal montaggio dinamico, impreziosito da un uso efficace delle musiche, Morris prova a scalfire la corazza di Bannon mostrando, anche attraverso  le numerose e diverse angolazioni delle inquadrature, le mille sfaccettature di un personaggio poco raccomandabile. Il regista lo provoca con domande pungenti e lo invita a ragionare su tutta la sua carriera politica: si parla del Breitbart, dei mesi finali della campagna di Trump, della strage di Charlottesville, del licenziamento da parte del Presidente. Il dialogo tra i due è sereno e viene inframmezzato anche da alcune scene di film – appositamente scelti da Bannon – che Morris utilizza per portare avanti l’intervista e creare un parallelismo tra l’ex consigliere e gli uomini duri di opere come Cielo di fuoco, Sentieri Selvaggi, Falstaff. Efficace e interessante, il documentario fa emergere con chiarezza le diverse opinioni contrastasti dei due attori in campo, ma svela soprattutto il lato oscuro e inquietante di un’ideologia che si fonda sul dharma, una strana combinazione tra destino, fato e dovere che è alla base di un preciso “ordine naturale delle cose” e di una filosofia di vita fondata sulla prevaricazione e sull’odio. (Marianna Ninni)

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...