Vogliamo vivere!

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Una scalcinata compagnia teatrale viene coinvolta in una missione antinazista

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C’era ma non si sapeva cosa fosse e come definirlo. Era “il tocco di Lubitsch”, qualcosa d’ineffabile, che rendeva unici, inimitabili, e soprattutto riconoscibili, i film del grande regista di origine tedesca. L’esistenza di questo “tocco” è legata alla nozione di “stile” che inizia a diffondersi e accreditarsi nel cinema classico americano insieme all’opera di alcuni registi divenuti poi (e giustamente) leggendari. Alla nozione di stile, infatti, è legata anche la consuetudine di considerare i registi gli autentici “autori” dei loro film, spesso a discapito del lavoro degli sceneggiatori, da cui tutto un florilegio di aneddoti forse inventati (pare che un giorno, esasperato dall’enfasi data al “tocco di Frank Capra”, lo sceneggiatore Robert Riskin abbia sbattuto sulla scrivania del regista de La vita è meravigliosa una risma di fogli bianchi, dicendogli: “Prova a dare a questa il tuo tocco”).,Vogliamo vivere! è uno di questi film celeberrimi che hanno segnato un’epoca e formato decine di cineasti. Nel 1983 Mel Brooks ne produsse e interpretò un remake (Essere o non essere) ed è abbastanza lampante che Quentin Tarantino se ne sia ricordato in tutta la seconda parte di Bastardi senza gloria. Lubitsch (di cui ricordiamo altri titoli, Mancia competente, Partita a quattro, Ninotchka, Scrivimi fermo posta Il cielo può attendere…) è stato una pietra di paragone fondamentale per il lavoro di moltissimi grandi, tra cui Orson Welles, Francois Truffaut, Claude Chabrol e, soprattutto, Billy Wilder. Wilder, che si fece le ossa lavorando per Lubitsch come sceneggiatore, lo ebbe sempre come nume tutelare, anche quando – divenuto ormai negli anni Sessanta e Settanta il re della commedia sofisticata hollywoodiana – continuava a chiedersi sul set al momento di girare una scena difficile, anche grazie a una scritta che campeggiava nel suo studio: “come l’avrebbe fatta Lubitsch?”. ,All’origine di Vogliamo vivere!, certo, c’è un racconto del giornalista ungherese (e grande amico di Lubitsch) Melchior Lengyel e, soprattutto, una sceneggiatura del commediografo Edwin Justus Mayer, uno dei numerosissimi uomini di teatro che da New York si recarono a Hollywood, perché i produttori avevano bisogno di gente che sapesse scrivere scene e dialoghi per i “talkies”, i film parlati. Il tocco di Lubitsch, però, è evidente. Di amore per il teatro il film trasuda, per l’affetto con cui vengono trattati i personaggi (un manipolo di attori polacchi, tra cui un vanesio e irresistibile capocomico: e nel cast perfetto spicca la bella e bravissima Carole Lombard, che morì in un incidente aereo prima di poter vedere il film ultimato); per il gusto del continuo capovolgere realtà e finzione, con la recitazione usata come arma antinazista (proprio come in Bastardi senza gloria); per i continui riferimenti a Shakespeare, non solo nella citazione che dà il titolo al film (il celebre “Essere o non essere”, recitato in modo filologicamente corretto, con in mano non il teschio ma un libro) e alla gag che lo tiene cucito, intrecciando intrighi amorosi e spionistici, ma anche nei riferimenti al celebre monologo di Shylock del Mercante di Venezia, che sposa con un ricamo di grande raffinatezza la causa degli ebrei deportati nei lager in momenti cinematografici commoventi all’interno di un film che fa letteralmente sganasciare dalle risate.,Vogliamo vivere!, insieme al coevo Grande dittatore di Charlie Chaplin, impegna Hollywood in prima linea contro la guerra, ridicolizza Hitler e la retorica nazionalsocialista e si permette, per l’ultima volta prima che Benigni e Mihaileanu ci tornino dalla distanza rassicurante di un cinquantennio (con La vita è bella e Train de vie) a ridere nella tragedia, mostrando quanto il cinema possa essere cruciale come mezzo d’informazione e di impegno sociale.,Prima di tutto, però, Vogliamo vivere! è un capolavoro della commedia americana, un congegno di perfezione narrativa giocato tutto nell’alternanza delle scene davanti e dietro al sipario, in cui ogni dettaglio della sceneggiatura, della regia e anche della scenografia (attenzione alle insegne dei negozi con i nomi polacchi) contribuisce nella resa complessiva di un prodotto che, anche dal punto di vista del ritmo, non mostra una ruga neanche dopo settant’anni.,Un autentico capolavoro, davvero imperdibile. ,Raffaele Chiarulli,

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