Viva la libertà

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Il capo del maggior partito di opposizione sparisce alla vigilia delle elezioni. Lo sostituisce il gemello, filosofo sopra le righe…

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Uno spunto di partenza interessante, anche se meno originale di quanto si voglia far pensare, e un cast notevole, per quello che è tutto sommato un “piccolo” film, non bastano a salvare Viva la libertà. L’idea di farlo uscire a una settimana dalle elezioni politiche 2013, se da un lato era il tentativo (riuscito) di attirare l’attenzione giocando sull’attualità, dall’altra rende il film un fenomeno curioso, tra l’instant movie e certe docufiction che si vedono all’interno di programmi di informazione tv… In questo caso di lusso, ma con quel livello di banalità e di “cronachistico”. E sono proprio questi difetti, soprattutto la banalità di certi dialoghi e di varie situazioni, concentrati per lo più nell’ultima parte, che rendono il quarto lungometraggio di finzione di Roberto Andò, tratto dal suo romanzo Il trono vuoto, una delusione. L’ennesima, per un regista che non convince mai del tutto.,E sì che, appunto, lo spunto iniziale attirava: Enrico Oliveri, capo del maggior partito di opposizione, di sinistra (con tutta evidenza il PD), a pochi giorni da decisive elezioni politiche che sembrano “regalare” al partito l’ennesima disfatta decide di fuggire, deluso dalle critiche interne e roso da frustrazioni personali. Mentre tutti lo cercano, lui si rifugia a Parigi da un’ex fiamma, ormai sposata con un regista asiatico di culto (di cui il politico, amante del cinema, è un grande fan…); e tra loro qualcosa si riaccende, pur senza deflagrare. Nel frattempo, a Roma il suo più fidato collaboratore decide, insieme alla moglie, di sostituire Enrico con il fratello gemello, Giovanni che ha anche cambiato nome in Ernani: un filosofo alquanto sopra le righe. Che ci prenderà gusto, e inizierà a rifiutare sotterfugi e compromessi e a dire sempre la verità. Guarda caso, a furia di dire frasi “giuste” e corrette, i sondaggi lo vedono schizzare dal 17% al 66%…,Toni Servillo, gigante del nostro cinema (e teatro), è bravo nello sdoppiarsi nel doppio ruolo di Enrico e Giovanni, e si vede da come rende meglio il filosofo “bipolare” che si è divertito in una parte quasi comica e non come al solito sofferta (come lo è invece il segretario politico Enrico). Pur compressi dal debordante doppio personaggio di Servillo, sono all’altezza della sua bravura i vari Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Michela Cescon, oltre al glorioso Gianrico Tedeschi (nella parte del vecchio saggio del partito)… Invece, l’ex fidanzata interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, e in generale l’episodio parigino (con tanto di rivelazioni di ulteriori segreti sentimentali) risultano mal scritti e pasticciati.,Retorico e banale, con un tasso di qualunquismo che lo rende il corrispettivo “serio” della recente commedia Viva l’Italia di Massimiliano Bruno, Viva la libertà (titolo che non sembra molto azzeccato) ci consegna una figura di politico di sinistra al passo con i tempi che viviamo, in cui molti elettori sognano l’uomo “giusto”, anche se dietro le sue affermazioni c’è poco o nulla. Affermazioni che però suscitano entusiasmi nelle piazze e nelle urne…Nel film non convince né l’apologo sul potere e sulla sofferenza che genera la lotta politica con i suoi colpi bassi, gravato da troppi riferimenti al presente, né le considerazioni quasi cronachistiche sulla politica attuale (c’è anche una donna alla guida della Germania che ricorda ovviamente Angela Merkel). Quel politico triste, che ricorda parecchio Walter Veltroni – per il riferimento all’amore per il cinema, ma anche per come è stato osteggiato dal suo stesso partito – sembra strizzare troppo l’occhio a un elettorato confuso, con l’idea del salvatore della patria che con buonsenso e discorsi “corretti” (con tanto di poesia di Brecht…) sistema tutto. Ma anche l’immagine del cinema non è migliore, in questo film tanto ambizioso quanto deludente: il regista cult asiatico sa di stereotipo, e quando afferma “detesto i film di cui si può raccontare la storia” cadono le braccia…,Antonio Autieri

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