Vita di Pi

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Il giovane indiano Pi sopravvive ad un naufragio ma si trova a dividere la sua scialuppa con una tigre.

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Visivamente impressionante e profondamente poetico (come il tecnologico 3D riesce raramente a essere veramente), l’ultimo film di Ang Lee, tratto dal romanzo best seller di Yann Martel, è una storia di sopravvivenza (qualcuno cita come paragone Cast Away, dove il manager ossessionato dal tempo Tom Hanks rimaneva solo su un’isola deserta per anni in compagnia di un pallone) ma soprattutto una meditazione spirituale e metafisica sul destino dell’uomo e sul suo rapporto con Dio. Nella visione del protagonista Pi, Dio è il grande Altro che si rivela e si nasconde attraverso molti aspetti, quello dei milioni di dei della nativa religione indù, quello d’amore del sacrificio del Figlio del Cristianesimo, quello misterioso e potente dell’Allah islamico.

Il giovane Piscine Molitor Patel (che deve il suo nome a uno stabilimento parigino per il nuoto particolarmente amato dalla zio nuotatore) cresce a Pondicherry, India francese, in mezzo agli animali dello zoo del padre ed è qui che fa conoscenza per la prima volta con Richard Parker, la tigre del Bengala con cui si ritroverà a condividere quasi 300 giorni in mezzo all’Oceano. È un ragazzino innocente e curioso e vorrebbe farci amicizia ma suo padre sceglie un modo un po’ cruento ma efficace di spiegargli come va il mondo. Pi ha ben chiaro che di Richard Parker può più facilmente diventare il pranzo che un amico e il film evita abilmente il banale tentativo di “umanizzare” l’animale. Tom Hanks, novello Robinson Crusue, si era ritrovato a trasformare perfino un pallone in un amico con cui parlare. La tigre per Pi diventa molto di più: una paradossale ancora di salvezza, ma soprattutto una porta aperta verso l’infinito che gli parla, un segno della presenza del Divino, che agisce con modalità misteriose e spesso violente, ma sempre chiamando l’uomo al destino che gli è dato. Quale volto debba avere questo Dio è tuttavia più complicato da definire. Fin da bambino Pi si è accostato alle diverse manifestazioni del divino come i suoi coetanei collezionano supereroi: se ti piacciono Superman e Batman non vuol dire che devi rinunciare a Iron Man o Hulk, a meno che uno non sia un fondamentalista della DC Comics.

Ang Lee conduce con mano sicura il racconto, che alterna momenti di azione intensa (sfortunatamente la tigre sa anche nuotare, per cui Pi deve inventarsi modi ingegnosi per tenerla a bada e poi anche per nutrirla per evitare di diventarne il pasto; ma poi, quando ne ha l’occasione, non se la sente di lasciarla morire) con altri contemplativi di struggente bellezza (la fosforescenza dell’oceano, il passaggio della balena, l’isola incantata) o di meditazione spirituale che magari metteranno alla prova qualcuno. Il valore propedeutico della storia di Pi (non disgiunto, come poi si capirà, dal suo valore artistico) è più volte ribadito, ma resta ammantato di una certa ambiguità che piace allo spirito postmoderno e cosmopolita della Hollywood spirituale e che ben si adatta ad Ang Lee. Agli occhi di Pi (e fors’anche dell’uomo contemporaneo che sugli scaffali del mercato delle religioni ha tante proposte tra cui scegliere) le religioni non sono altro forse che le storie che l’uomo racconta o si inventa per trasmettere qualcosa che non si può spiegare ma solo incontrare (in modi più o meno estremi) e verso cui l’atteggiamento più giusto è la sottomissione e l’offerta totale. Questa vaghezza sincretista costituisce insieme la forza e la problematicità di Vita di Pi, che non a caso ha ottenuto grandi successi anche con le platee orientali. Un film che forse per essere davvero apprezzato va affrontato con lo stesso spirito con cui è stato scritto e realizzato: la meraviglia e il terrore di fronte alla bellezza e alla ferocia del creato, che può ferire e uccidere, ma contiene anche lo spazio per la pietà; un legame estremo e profondo che unisce tutte le anime, umane, animali e divine.

Laura Cotta Ramosino

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