Vertigine

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Vertigine Laura

Le difficili indagini di un detective della polizia sull’omicidio di una bellissima donna, amata da molti e odiata da qualcuno.

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È un caso più complicato di quanto appaia a un primo momento, quello dell’omicidio di Laura Hunt, affascinante donna a capo di un’agenzia pubblicitaria trovata orribilmente sfigurata in casa sua da un colpo di fucile da caccia. Sarà stato l’anziano pigmalione, il giornalista Waldo Lydecker che racconta – anche come voce narrante, a tratti – parecchie cose all’ispettore Mark McPherson, tra cui la sua antipatia iniziale per la giovane donna che si trasformò in ammirazione tanto da introdurla nel bel mondo? Lydecker ne avrebbe i motivi, dal momento che Laura si era allontanata da lui per scegliere e decidere di sposare il giovane Shelby Carpenter. O è stato proprio Shelby, visto che la donna aveva deciso di prendersi un momento di riflessione – a pochi giorni dalle nozze – a causa di una sua presunta infedeltà? O è stata la zia della donna, ex amante attempata di Shelby, peraltro sorpresa da Laura a cena con lui proprio la sera dell’omicidio in un possibile ritorno di fiamma? O è ancora stata Diane Redfern, giovane modella che lavorava per Laura che aveva forse una relazione con Shelby e che è misteriosamente sparita dopo aver visto Laura? Tutti – tranne, tra i primi indagati, la cameriera Bessie Clary che sembra davvero sincera – hanno motivi per voler la morte di una donna descritta da tutti come buona, generosa, gentile. Tutte qualità che – insieme a lettere, diari e un enigmatico quadro che la ritrae – iniziano a suscitare uno strano sentimenti di infatuazione nello stesso detective, che passa sempre più tempo a casa sua. Una notte lei gli appare: è un fantasma, un sogno o realtà?

Non si può proprio dire di più di un noir affascinante come Laura, uscito in Italia come Vertigine: tratto da un romanzo di Vera Caspary, il primo film diretto a Hollywood dall’austriaco Otto Preminger è pieno di colpi di scena, ma si fa apprezzare soprattutto per la brillantezza e l’arguzia puntuta dei dialoghi – soprattutto tra il poliziotto e l’anziano giornalista – che svelano caratteri forti e spesso cinici (anche la zia di Laura, nel finale, in un breve dialogo si mostra un esemplare di placida spregiudicatezza), per la recitazione degli interpreti che regala ambiguità ai vari personaggi (ognuno ha da nascondere qualcosa, come nei miglior film del genere), per una fotografia scolpita in un bianco e nero vigoroso non a caso premiata con l’Oscar.

In particolare, è il quartetto di attori principali a rimanere nella memoria: Gene Tierney è affascinante nel rappresentare una donna decisa e fragile al tempo stesso, Clifton Webb è elegante e ironico come richiede il suo giornalista Waldo Lydecker, Dana Andrews è il poliziotto roccioso che scopre di avere un tallone d’Achille, mentre nei panni di Shelby Carpenter (un cognome premonitore…) si fatica a riconoscere Vincent Price, che in seguito si fece un nome nel genere horror.

Antonio Autieri

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