Verso l’Eden

Verso l’Eden

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Le peripezie di un immigrato clandestino, in fuga dal suo Paese e diretto a Parigi, con il sogno di un futuro migliore

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Costa-Gavras, qui anche sceneggiatore insieme al fidato Jean-Claude Grumberg, fu uno dei registi “arrabbiati” degli anni Settanta e Ottanta, esponente di un cinema militante, impegnato politicamente, e autore di solidissimi e vibranti film di denuncia. Nel suo mirino, di solito, i regimi di destra, dalla Grecia dei colonnelli (l’autore è greco, ora naturalizzato francese) al Cile di Pinochet (ma nel suo curriculum c’è anche il recente Amen., l’ideologico pamphlet contro Pio XII). Con Verso l’Eden (titolo che somiglia parecchio all’analogo – per argomento – Lamerica di Gianni Amelio) l’autore si è proposto di raccontare l’immigrazione dal punto di vista di un immigrato clandestino, adottando la chiave di genere della commedia (Chaplin il suo modello dichiarato, ma qualcuno ha aggiunto Jacques Tati e Buster Keaton) e il grande archetipo dell’Odissea di Omero. Con questi riferimenti, dando il ruolo di protagonista quasi muto al nostro Riccardo Scamarcio (che, pur bravo, sta a Charlot come un triciclo a una Ferrari), ha realizzato un autentico disastro.,Non si capisce dove il film voglia andare a parare, giacché si intrecciano generi – commedia, dramma, road movie, fiaba, epica – che per essere miscelati avrebbero bisogno di ben altra grazia. Né si concatenano bene i troppi episodi (e non basta citare il variegato cast dell’Odissea per giustificarne il numero): si procede per accumulo, facendo trovare il protagonista davanti a nuovi personaggi e nuove situazioni, solo perché altrimenti l’azione si fermerebbe. L’ideologia dell’autore, inoltre, sopravvive nella descrizione di una Parigi militarizzata in cui basta avere l’accento straniero per essere perseguitati dalla polizia; una Parigi in cui esistono pure persone solidali e caritatevoli, ma che per aiutare il prossimo devono agire di nascosto, neanche si fosse sotto una dittatura. ,Due buone idee: 1) da dove venga il protagonista non ci viene mai detto, e Costa-Gavras ha inventato una lingua inesistente per far comunicare tra loro gli abitanti di quello che è chiamato semplicemente “il Paese” (ma allora, ci si chiede, perché non si è preoccupato anche di destoricizzare la Francia di Sarkozy?). 2) la prima scena, che dura quasi dieci minuti, è praticamente senza dialoghi, comunica i contenuti attraverso le immagini (come fa il vero cinema), si conclude con l’inquadratura efficace ed evocativa delle carte d’identità dei clandestini strappate e gettate in mare, sparse nella distesa d’acqua tutta intorno alla barca. Dopo questa prima buona scena, ci si illude che il vecchio leone greco Costa-Gavras possa tirar fuori la zampata di un tempo, ma – come quella del protagonista che crede di trovare l’Eden a Pargi – è solo un’illusione. ,Raffaele Chiarulli

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