A Venezia il verismo di Guédiguian

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L’esperto regista marsigliese porta in concorso alla Mostra il suo “Gloria Mundi”, dov’è passato anche l’ultimo film italiano, quello di Franco Maresco. E, in Orizzonti, un interessante film su tre donne afghane

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Nel concorso ufficiale della 76a Mostra d’Arte Internazionale Cinematografica di Venezia, che si conclude domani con la premiazione ufficiale, è passato ieri un regista di lungo corso, il francese Robert Guédiguian. Il titolo del suo film, Gloria Mundi, è tratto dal detto latino “sic transit gloria mundi” (così passa la gloria del mondo) a significare quanto siano effimere anche le cose di maggior successo nella vita. Titolo calzante, visto il paragone tra la vita di due sorelle marsigliesi, entrambe sposate: l’una proprietaria col marito di un negozio, e in procinto di aprirne un altro; l’altra sul punto di essere licenziata, con una figlia neonata e un marito autista di Uber, cui i tassisti hanno rotto un braccio per vendicarsi, e quindi disoccupato. Ma non è che i genitori delle due se la passino meglio: la madre fa le pulizie ed è costretta a fronteggiare ogni giorno il rischio di sciopero che taglierebbe il suo magro salario, mentre il padre è solo un autista di mezzi pubblici. A complicare la vicenda, arriva il vero padre di una delle due sorelle, scarcerato dopo anni di detenzione per omicidio. Guédiguian mostra ancora una volta, con toni da verismo letterario, la vita difficile di molte famiglie che non inseguono sogni di successo semplicemente perché troppo occupate ad arrivare a fine mese, e come sia facile abbandonarsi alla disperazione o a scelte dalle conseguenze dolorose. Utilizzando attori di grande mestiere ormai a lui legati da molti altri film (oltre a sua moglie, Ariane Ascaride, anche i vecchi amici Gérard Meylan e Jean-Pierre Darroussin), il regista cerca uno sprazzo di umanità in una società fatta di opportunismo e spietatezza, dove sempre meno sono le persone capaci di un gesto gratuito o una mano tesa. Peccato però che, a differenza di altre volte (e pensiamo per esempio all’intensità de Le nevi del Kilimangiaro), lo svolgimento della storia sia suggerito a ogni piè sospinto verso una conclusione drammatica e nobile al tempo stesso, ma – in quanto ampiamente annunciata – poco incisiva. (Beppe Musicco)

Convince ancora (molto) meno il terzo e ultimo film italiano in Concorso. La mafia non è più quella di una volta, ma lo stile di Franco Maresco invece sì. Come se fossimo ancora ai tempi di Cinico Tv, il regista siciliano si imbarca con questo documentario per vedere cos’è cambiato nella coscienza dei palermitani a 25 anni dall’uccisione di Falcone e Borsellino, in compagnia della fotografa Letizia Battaglia. Lo fa col suo stile: prende ad esempio le varie manifestazioni studentesche ma anche l’impresario di concerti di neomelodici Ciccio Mira e la sua sgangherata compagnia di giro, che organizza un concerto per la commemorazione di due giudici nel quartiere Zen di Palermo ma nel quale nessuno ha coraggio o volontà di dire che i due sono stati uccisi dalla mafia. Il risultato è tra il ridicolo e l’agghiacciante, come spesso succede nella filmografia di Maresco. E la cosa peggiore è che in fondo non sembra esserci molta differenza tra gli uni e gli altri. (Beppe Musicco)

Hava, Maryam, Ayesha – titolo del film passato oggi nella sezione Orizzonti – sono tre giovani donne afghane nella Kabul dei giorni nostri, protagoniste del film della regista Sahraa Karimi. Diverse per estrazione sociale, sono accomunate però dall’urgenza di dover affrontare un’importante decisione che può cambiare le loro vite. Hava, moglie remissiva, bada incessantemente alla famiglia del suo sposo, accettandone ogni pretesa senza mai lamentarsi, nonostante la gravidanza avanzata. Anzi, il bambino scalpitante le infonde coraggio; ma che fare se improvvisamente non si muove più? Maryam è una giornalista e una donna sicura e indipendente, ma gli uomini attorno a lei la sminuiscono e le incessanti chiamate del marito infedele riaprono una ferita che forse non rimarginerà. Ayesha, novella sposina ma con il cuore infranto, deve prendere in segreto una decisione che può mettere a repentaglio la sua rispettabilità. Ottima prova delle attrici protagoniste, tra cui spicca Arezoo Ariapoor: ci si innamora subito della sua Hava, che parla dolcemente al bambino in grembo mentre sopporta fatiche opprimenti, e che trova persino il tempo per sfamare il gatto che suo suocero tenta di abbattere. La storia procede per capitoli successivi, aprendo domande sulle vite rappresentate, agganciando lo spettatore nella speranza, anche, di un possibile incontro fra le tre. Il ritmo purtroppo rallenta nei capitoli successivi, meno incalzanti rispetto alla vicenda iniziale. Il film però offre una preziosa testimonianza su esperienze attualissime e un’occasione di riflettere sulle sfide della maternità, dei ruoli e doveri affidati alle donne e sul loro rapporto, complesso e insidioso, con le controparti maschili. Degli uomini, però, nonostante una certa debolezza nei dialoghi telefonici, non viene restituito un ritratto totalmente negativo: diametralmente opposti gli atteggiamenti del marito di Hava e del cugino di Ayesha, mentre i ragazzini e figli dei vicini aiutano con disponibilità le protagoniste nelle loro commissioni. Tutto questo in uno scenario politico e sociale che continua ad essere instabile e minaccioso. (Roberta Breda)

Presentati, infine, fuori concorso i primi due episodi di ZeroZeroZero, la nuova serie crime di Stefano Sollima per Sky, basata sull’omonimo romanzo-inchiesta di Roberto Saviano. Con un afflato internazionale, che si riflette nel cast dove ritroviamo anche Dane DeHaan, Andrea Riseborough e Gabriel Byrne, la nuova serie di Sollima si inserisce nel solco di Gomorra, spaziando però su tre dimensioni diverse: quella dei compratori di cocaina, la ‘ndrangheta calabrese; quella dei venditori in Messico; e quella infine delle squadre armate che cercano di contrastarli. Intenzionato a rappresentare, attraverso l’intreccio delle tre piste del narcotraffico, i rapporti di potere che si aprono su più livelli sociali, ZeroZeroZero presenta un plot dall’intreccio complesso, a costo di dilazionare la presentazione dei personaggi. (Roberta Breda)

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