Venezia, una sorpresa australiana

Venezia, una sorpresa australiana

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“Babyteeth”, dell’esordiente Shannon Murphy, convince in concorso al Lido. Notevole, fuori concorso, “Mosul” prodotto dai fratelli Russo

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Dopo qualche delusione, il Concorso ufficiale della 76a Mostra del Cinema di Venezia, ormai agli sgoccioli (iniziata il 28 agosto, termina sabato 7 settembre) torna a brillare con una sorprendente opera prima, Babyteeth. E già si parla di possibili premi. Milla, 16enne malata di tumore, incontra un giovane spacciatore, Moses, che vive per strada ma non sembra aver paura di niente. Moses risveglia in lei un forte desiderio di vivere e di amare, proprio quando le sue condizioni fisiche si aggravano. Milla, i suoi genitori e tutti coloro che fan parte delle loro vite vengono toccati dallo scompiglio e dall’energia portati dal legame tra i due ragazzi. Il primo film dell’australiana Shannon Murphy, dopo una certa confusione nella prima parte, racconta con un taglio nuovo una storia portata spesso sul grande schermo, quella di una giovane malata terminale. Procedendo per capitoli ellittici, evidenziati anche da interruzioni nella colonna sonora, e con alcuni fugaci sguardi in camera della protagonista (Eliza Scanlen, già nella miniserie Sharp Objects e che vedremo in Piccole donne di Greta Gerwig), il racconto si focalizza innanzitutto sulle relazioni tra giovani, tra adulti e sullo scambio tra questi due mondi. C’é tanto dolore, ma anche umorismo e umanità: ad esempio quella del maestro di violino, che si preoccupa dei suoi allievi e di trasmettere loro la bellezza della musica prima ancora di insegnare a suonare, e quella delle madri, prima senza linee di comunicazione con i figli e poi sempre più desiderose di non perdersi nulla della loro vita, a costo di affrontare una grande sofferenza senza anestesie. E un finale speranzoso riflette sulla possibilità che questi legami siano capaci di durare oltre la morte. (Roberta Breda)

Complessissima, sempre in Concorso, è la storia di spionaggio in salsa melò proposta da Lou Ye, che con il suo Saturday Fiction ci fa rivivere tensioni e atmosfere della Shanghai degli anni Quaranta, trascinandoci in un vortice inarrestabile di verità e finzione, storia e teatro, amori e tradimenti. Il film racconta il ritorno della diva Jean Yu in una Shanghai occupata dai giapponesi, ma con una presenza inglese e francese ancora forte sul territorio: mentre s’impegna per la preparazione di une pièce teatrale diretta dal suo amante, la donna porta avanti anche una missione segretissima, che scopriremo coinvolgere le più grandi potenze politiche in campo durante la Seconda Guerra Mondiale. Spy story dunque, ma anche un po’ melò e noir, l’opera di Lou Ye punta tutto sulla contaminazione di toni e registri cinematografici, sfruttando – talora eccessivamente – il potenziale di realtà e inganno che caratterizza il linguaggio cinematografico; la storia collettiva si mescola con quella dei singoli per l’intera durata dei film, gli attori calcano il palcoscenico del teatro come quello della loro vita privata, al punto tale da confondere non soltanto verità e finzione, ma anche ruoli, fisonomie e caratteri degli stessi protagonisti. Un esercizio di stile notevole, ma che troppo spesso rende indecifrabili le dinamiche della vicenda e che talvolta si perde in parentesi narrative inesauribili e non sempre avvincenti. Tale incrocio di volti, ruoli e maschere è reso con un bianco e nero che valorizza le interpretazioni dei protagonisti (Gong Li su tutti, nei panni dell’attrice Jean Yu), e che con le sue luci e ombre fuori dal tempo contrasta con uno stile registico sempre più frenetico: l’uso continuo della macchina a mano è originale ma asfissiante per lo spettatore, che vive nell’attesa di eventi incombenti ma troppo dilatati nel tempo per essere veramente efficaci. Ottime le ultime sequenze di azione pura e rivelatrice, ma che con il loro arrivo tardivo e uno svolgimento tutto sommato rapido, non offrono allo spettatore quella sorpresa necessaria per restare davvero soddisfatti della visione. (Maria Letizia Cilea)

La presenza europea della Mostra di Venezia si allarga oggi con una produzione tutta portoghese, A herdade (La fattoria) diretta da Tiago Guedes. La fattoria è vasta, immensa, guidata da un uomo, João, che della famiglia ha fatto anche il suo regno. Governa uomini e cavalli, rimprovera figli e gestisce tate come se fossero una sua proprietà. Siamo in Portogallo nel 1973, un anno prima della Rivoluzione dei Garofani, la ribellione quasi incruenta (il governo, prima di deporre le armi, sparò sulla folla uccidendo quattro persone) che pone fine alla dittatura di Salazar. I suoceri di João hanno però paura e lasciano una notte il Portogallo per poi stabilirsi in Brasile e non tornare più. 1991: Miguel e Teresa, i due eredi di João, sono cresciuti. Lei, forte e sicura, è innamorata di Antonio, il figlioccio di João. Lui, vessato e psicologicamente irrequieto, sembra non volere un posto nella vita. Costruita su due assi temporali diversi, 1973 e 1991, A herdade (un particolare, il montaggio è a cura dell’italiano Roberto Perpignani) ha un cast perfetto, sempre capace di raccontare il proprio personaggio senza alcuna sbavatura o incongruenza, ma nel complesso ne dimostra molte di incongruenze. Perché anche se assistiamo, a volte con una lentezza non necessaria, a un film che potrebbe essere politico e personale, la seconda parte di A herdade (che dura ben 164 minuti) si sbilancia eccessivamente sulle storie personali di João, della moglie e delle famiglie cresciute intorno alla grande proprietà terriera. E così il film, che avrebbe potuto raccontare con sapienza le conseguenze della dittatura sulle famiglie borghesi e non, risulta un film imperfetto che sarà difficile distribuire fuori dai confini nazionali. (Emanuela Genovese)

Grande sorpresa, fuori concorso, per Mosul, tratto da un articolo del New Yorker, diretto dall’esordiente Matthew Michael Carnahan (noto come sceneggiatore, tra gli altri, di film adrenalinici The Kingdom, World War Z e Deepwater Horizon) e prodotto dai fratelli Anthony e Joe Russo, i registi degli ultimi Avengers. Attori quasi tutti mediorientali o nordafricani, ma produzione americana con professionisti tecnici di primordine, tra cui l’italiano Marco Fiore (naturalizzato americano) alla fotografia e già vincitore di un Oscar per Avatar, e Alex Rodriguez al montaggio (nel suo carnet, I figli degli uomini). È la storia della lotta per riconquistare la città irachena caduta nelle mani dell’ISIS da parte della SWAT squadra speciale di Nineveh: un’unità di ex poliziotti formati come corpo scelto dai cittadini scacciati dalla loro città (e spesso di religione cristiana). Uomini che hanno visto uccidere figli, fratelli, parenti, che hanno perso la casa, che lottano senza sosta e riposo; e che l’ISIS – se cattura – non tenta nemmeno di “convertirli”, li passa subito per le armi. Nel film vediamo una dozzina di uomini combattere, subire perdite, temere agguati e tradimenti, scontrarsi con altri irakeni di altre fazioni o etnie. Un film di guerra che ricorda per tensione e spettacolarità dell’azione film hollywoodiani (abbiamo visto il film nell’austera sala Perla, dove le poltrone non avevano mai tremato tanto…) ma con un maggior senso della realtà e della verità storica. Sarebbe bello arrivasse nei cinema italiani. (Antonio Autieri)

Dalla sezione Orizzonti arriva Atlantis, film distopico di Valentyn Vasyanovych. Nell’Ucraina post-guerra del 2025 un ex soldato affetto da stress post-traumatico non riesce ad adattarsi alla desolazione di un paese ormai divenuto inospitale per l’uomo. La conoscenza di una donna nell’ambito di una missione di recupero di cadaveri di guerra apre possibilità inattese per una nuova vita. Denuncia politica e dramma intimo si fondono nel film di Vasyanovych, che con il minimalismo della messa in scena e la cura di colori e ambientazioni narra una storia di rinascita e amore: il deserto e la morte che dominano la vita di Sergeij sono quelli di un’Ucraina devastata dalla barbarie della guerra ancora in essere, che promette la desertificazione delle terre e un’inevitabile catastrofe ecologica. La condivisione al posto della divisione, l’amore e l’amicizia sembrano dunque le uniche armi rimaste per la difesa di un’umanità spezzata: queste le basi gettate da Vasyanovych per pensare ad una ricostruzione, che pur nella lentezza dei tempi e nella essenzialità dei dialoghi, promette di verificarsi grazie al rapporto instaurato tra i protagonisti. Una storia dal futuro che parla già del presente, e che individua la compassione umana quale unico motore per una rinascita. (Maria Letizia Cilea)

 

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