Venezia, scene da un matrimonio (e non solo)

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Scarlett Johannsson e Adam Driver nel film di Noah Baumbach

Alla Mostra arrivano due ottimi film americani (quello di Baumbach e la fantascienza di Gray), ma anche la bella sorpresa di Martone

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Prosegue molto bene, a nostro avviso, la “sfilata” dei candidati al Leone d’oro nel concorso ufficiale della 76a Mostra del Cinema di Venezia ( (28 agosto-7 settembre). In questa seconda puntata del nostro diario vi parliamo di tre titoli, due statunitensi e uno italiano.

Ci sono film che promettono di scaldarti il cuore e hai quasi timore di vederli. Soprattutto quando a dirigerli c’è un autore vero, come accade in Marriage Story, il lungometraggio in concorso che scrive e dirige Noah Baumbach (regista newyorchese molto amato per film come Frances Ha, Il calamaro e la balena, Giovani si diventa). Dura più di due ore (esattamente 135 minuti) e non c’è niente di inutile o di forzato in questa storia che racconta l’amore e la separazione di Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson), in via di un divorzio di cui paga le conseguenze anche il figlio. Lui, brillante regista teatrale, lei brava attrice e sua musa. Baumbach coglie il cuore e le fragilità della relazione, racconta due città, New York e Los Angeles, mostra le imperfezioni di vite di artisti che potrebbero sembrare inattaccabili dal dolore, mette in campo le scelte e le strategie (soprattutto degli avvocati); e schernisce anche simpaticamente l’Italia, ironizzando sulla perfezione (anche biblica). Un gran bel film, che diverte e commuove grazie alla forza dei dialoghi e all’intensità dei protagonisti, che vedremo in autunno su Netflix ma forse anche in contemporanea nelle sale (e ce lo auguriamo di cuore). (Emanuela Genovese)

Molto bello anche il quarto film del concorso. In un futuro prossimo, mentre la Terra subisce inspiegabili tempeste elettromagnetiche, un astronauta è incaricato di raggiungere Marte per provare a contattare una spedizione spaziale guidata da suo padre scomparsa vicino a Nettuno da circa 20 anni. James Gray, uno dei più sottovalutati registi americani contemporanei (tra i suoi film Two Lovers e C’era una volta a New York), con Ad Astra – sempre in concorso – scrive e dirige un film di avventure spaziali stupefacente e intimista. Stupefacente perché racconta il viaggio nello spazio fino a Marte (e poi oltre) e le varie tappe con gusto per l’avventura e la meraviglia, quasi come se fosse una storia di avventure marinaresche (abbiamo pirati lunari, relitti, ammutinamenti) senza però perdere mai il realismo nella messa in scena. Stupefacente a livello visivo, grazie a notevoli effetti speciali, alla clamorosa fotografia di Hoyte van Hoytema; e stupefacente a livello sonoro con le musiche potenti di Max Richter. Stupefacente anche nell’interpretazione di Brad Pitt (una delle sue migliori) che regge tutto il film sulle proprie spalle e sul proprio volto a cui siamo sempre attaccati. Intimista perché lo spettacolo è al servizio e a favore del racconto del rapporto padre-figlio e soprattutto del racconto di un uomo solo. Un uomo solo che viaggia nello spazio per scappare dalla Terra, convinto di trovare nelle stelle qualcosa di altro dall’uomo, per poi alla fine poter imparare a guardare all’uomo che abita sotto le stelle. Imperdibile. (Riccardo Copreni)

Una bella sorpresa è poi il primo film italiano in concorso. Dopo la delusione di un anno fa, quando Mario Martone presentò sempre in gara a Venezia Capri-Revolution, eravamo un po’ timorosi davanti al suo nuovo film, Il sindaco del rione Sanità tratto dall’omonima opera di Eduardo De Filippo già portata sullo schermo negli anni 90 da un modesto film con Anthony Quinn e Raoul Bova. Ci insospettiva – lo ammettiamo – anche l’uscita ridotta, come “evento”, solo per tre giorni (dal 30 settembre al 2 ottobre); come si usa per le fiction portate in anteprima al cinema o per opere troppo sperimentali. E invece Martone, che aveva già portato in teatro l’opera, fa centro nel mettere in scena con quasi totale fedeltà al testo (ci pare di ricordare solo una significativa differenza nel finale) ma libertà di messa in scena e nella rappresentazione dei personaggi che sono più giovani che nell’opera; il che all’inizio può lasciare perplessi. Una storia che anche nell’attualità della Napoli di oggi è credibile, con questo “sindaco” che governa su un quartiere – il celebre rione Sanità – e regola le controversie privatamente, per aiutare gli “ignoranti” che rischiano di essere stritolati dalla giustizia o da chi può permettersi (come lui stesso un tempo) di piegarla a suo piacimento. Un boss ma con un suo senso di giustizia e anche della pace sociale, che cerca di evitare la violenza finché si può e di risolvere le dispute con il peso del suo prestigio (e del timore che incute). Ma un fatto, che mette di fronte un figlio e un padre e che può portare a spargimento di sangue, segna la vita di tanti personaggi. Il contraltare del “sindaco” sono un medico e un ricco panettiere (il padre che ha diseredato il figlio), e nel loro ergersi nella loro dignità sta una delle chiavi del film, in cui pure ogni personaggio ha la sua verità (e lo stesso boss vuole sentire sempre le due versioni dei contendenti). Un’opera convincente – soprattutto se si supera lo spiazzamento di un testo e una recitazione teatrale accompagnata da look spesso aggressivi e “moderni” e regia a tratti molto movimentata – che si avvale più o meno dello stesso cast della versione teatrale di Martone: in particolare ci sono gli ottimi Francesco Di Leva e Massimiliano Gallo, mentre si inserisce nel gruppo il “dottore” interpretato dal bravo Roberto De Francesco. (Antonio Autieri)

Anche nella sezione Orizzonti è passato il primo film italiano in concorso: Sole, l’esordio di Carlo Sironi, prodotto dalla giovane casa italiana Kino Produzioni con una società polacca. Perché Sole? Il sole porta luce, vita e calore. Non lo sa la giovane Lena, venuta dalla Polonia, in attesa di una bambina che le frutterà 10mila euro e che chiamerà Sole. La sua è una gravidanza facile e vivrà l’ultimo mese in un appartamento romano, dove Ermanno, il suo carceriere ventiduenne, la osserva senza regalarle mai un sorriso e provvedendo ai suoi bisogni primari. La lascia spesso sola perché spende gli unici soldi che possiede nelle slot machine. Eppure i due, in silenzio, sopravvivono tentando di rendere tutto normale. Un esordio coraggioso, dalla regia asciutta e essenziale, che forse pecca di inerzia narrativa nella parte centrale, ma ha un finale bellissimo, come raramente accade nel cinema italiano (Emanuela Genovese)

Diamo anche una segnalazione da Venezia Classici, la sezione di grandi film del passato in edizione restaurata, con Francisca (1981) di Manoel De Oliveira. Una storia di amore passionale ambientata nel Portogallo dell’Ottocento. Il nobile José Augusto si innamora della giovane Francisca, scappano assieme ma poi scopre che lei lo ha tradito con qualcuno di ignoto. Per quasi tre ore si dipana una narrazione da romanzo storico ottocentesco, nella messa in scena teatrale del regista portoghese. Poca frammentazione interna, totali fissi, pochi movimenti di macchina, recitazione estraniata e moltissimi dialoghi (meravigliosi). Potrebbe sembrare un film ermetico, ma invece è flusso di parole e immagini (il più delle volte incredibili) a cui abbandonarsi come nel romanzo dell’Ottocento. È un film che sorprende sempre, che chiede molto, ma se uno ci si abbandona può dare altrettanto. Può regalare molto, infatti, sul senso della vita, dell’amicizia, dell’amore e della morte. In poche parole: un capolavoro. (Riccardo Copreni)

 

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