Venezia, primi film dalla Mostra

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"La veritè", in concorso a Venezia

Dal concorso primi buoni titoli con il giapponese Kore-eda e la regista araba Haifaa Al Mansour. Tra i primi film anche il debutto del fumettista Igort

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La 76a Mostra d’arte cinematografica di Venezia (28 agosto- 7 settembre) è partita ieri con i suoi primi film. E la partenza ci pare buona. Il film inaugurale, che ha anche aperto il concorso ufficiale, è La vérité del maestro giapponese Kore-eda Hirokazu, che per la prima volta dirige un film internazionale. Il risultato un po’ ricorda inizialmente ricorda l’impressione di certi film di analoghi autori che allontanandosi dal loro paese – pensiamo a certi film europei degli iraniani Kiarostami o Farhadi – perdono un po’ della loro forza, forse persino della loro anima. Alla lunga però avvince questa storia su una madre diva del cinema francese interpretata da Catherine Deneuve (inizialmente un po’ simile a tanti altri suoi ruoli un po’ svagatamente e deliziosamente cinici ma ripetitivi, ma poi man mano sempre più emozionante) e la figlia sceneggiatrice (un’ottima Juliette Binoche) che si è trasferita a New York con il marito, attore americano di serie B. Lo sfondo è da un lato un libro di memorie della diva, che ha mentito spudoratamente come in tutta la sua vita, dall’altro il film di fantascienza che sta girando che si intitola La vérité (anche qui su una madre e una figlia, divise dalla malattia della genitrice costretta a vivere nello spazio tornando sulla Terra ogni 7 anni per non invecchiare: alla fine, la figlia è anziana e la madre ancora giovane). Verità che sembra non interessare alla protagonista, più tesa ad affermare sé (anche in contrasto con le colleghe, del passato o del presente) che le persone che ha accanto. Ma la vicinanza con la figlia, anche se conflittuale (per vecchie ferite del passato), forse può riaprire la partita del loro rapporto. Lo stile è lontano dai film che abbiamo conosciuto dell’autore giapponese (Father & Son, Little Sister, Affari di famiglia); non sapendo chi sia il regista, lo si prenderebbe per il classico film francese. Ma al pubblico, che forse lo apprezzerà, non dovrebbe interessare. Ottimo tutto il cast, c’è anche Ethan Hawke nei panni del marito americano che sa di essere un attore mediocre. (Antonio Autieri)

Esattamente sette anni fa la prima regista donna dell’Arabia Saudita portava a Venezia, nella sezione Orizzonti, La bicicletta verde. Ora, dopo il film angloamericano Mary Shelley – Un amore immortale (con Elle Fanning) e il dramma romantico Dacci un taglio, Haifaa Al Mansour è in Corcorso alla Mostra e con The Perfect Candidate riporta al centro della narrazione le donne arabe di oggi, unite agli uomini dalla religione ma divise dalle opportunità e dall’uguaglianza di genere. Sara, medico del pronto soccorso, non ha timore di fare bene il suo mestiere anche quando anziani arabi in punto di morte si rifiutano di farsi curare da una donna. Per una strana opportunità non cercata, Sara si candida come consigliere comunale perché ha un obbiettivo primario: far asfaltare la strada che conduce al pronto soccorso, diventata quasi impraticabile. Non è un film perfetto The Perfect Candidate. Forse è troppo orientato alla perfezione narrativa e, pur mostrando coraggio, il film non ha la freschezza e il sapore de La bicicletta verde. Ma è un lungometraggio classico, lineare, pulito. (Emanuela Genovese)

Meno entusiasmanti i film che hanno aperto altre sezioni. In Orizzonti il tedesco Pelikanblut di Katrin Gebbe con Nina Hoss parte da un dipinto in cui una madre pellicano si ferisce il petto per nutrire del proprio sangue i suoi pulcini morti e così risuscitarli. Si capisce subito che l’immagine che dà titolo al film sarà il filo rosso della storia, in cui una madre single adotta all’estero una seconda bambina: ma se la prima, Niki, è serena e felice con la madre, la piccola Raja – che ha subito terribili traumi nella sua infanzia, su tutti veder uccidere la sua madre naturale – sembra il diavolo in persona e terremota in fretta gli equilibri di madre e sorella con le sue crisi e le sue violenze. La madre, che gestisce un maneggio in cui la polizia addestra i suoi uomini e le sue donne ma soprattutto i cavalli da “arruolare”, le tenta tutte: l’affetto, la severità, le terapie mediche. Ma tutto sembra crollare, mentre il poliziotto innamorato di lei (e anche lui padre solo) non riesce ad aiutarla. Il dramma è tosto, ma mentre ci chiediamo se la regista darà un filo di speranza alla storia, la deriva quasi horror nel finale spiazza e non convince. Anche se i personaggi non ci hanno lasciato indifferenti, anzi. (Antonio Autieri)

Ben fatto e ben recitato (c’è anche Valeria Bruni Tedeschi) ma invece di scarso interesse – almeno per chi scrive – è invece il film d’apertura delle Giornate degli autori: Seules les bêtes di Dominik Moll, tedesco ormai di cittadinanza francese. Sei personaggi, con relativi capitoli della vicenda, legati tra loro da relazioni stabilite dal sangue, dalla passione o dal caso. La passione lega alcune coppie, ma con diversi gradi di “motivazione”: come la donna che tradisce il marito con un uomo che non sembra interessato a lei, o la giovane che inizia una relazione con una donna matura che però la lascia in fretta dopo essersi, a suo dire, divertita. Ma poi ci sono storie ancora più assurde (come l’amore che nasce in chat tra il marito tradito e una presunta giovanissima affascinante, in una squallida truffa), che rendono il film una “ronda” di vicende spesso truci (c’è una sparizione su cui la polizia indaga): morti, feriti, casualità improbabili; e un finale che chiude a sorpresa ma lasciando l’impressione che l’autore si sia divertito a giocare con i personaggi e con gli spettatori, più che essersi coinvolto davvero con la materia. (Antonio Autieri)

Nella stessa sezione gareggia anche l’italiano 5 è il numero perfetto: nella Napoli degli anni 70 Peppino è un anziano killer a cui uccidono il figlio, e che con il vecchio partner e una ex amante cerca vendetta. Esordio alla regia del fumettista Igort da una sua graphic novel ominima. Vorrebbe essere un po’ Sin City e un po’ Dick Tracy (il film di Warren Beatty), ma non ha l’ironia del primo né le trovate visive del secondo. Vorrebbe avere un’estetica grafico-espressionista, ma sembra piuttosto un videoclip. La trama non appassiona troppo e i personaggi sono banali, c’è solo un bel colpo di scena alla fine. Il terzetto degli (altrove bravi) attori protagonisti Toni Servillo-Carlo Buccirosso-Valeria Golino qua non funziona e risultano tutti sopra le righe. Ha forse l’unico pregio di essere un film molto diverso dalla media dei film italiani, detto ciò (quasi) nulla funziona, probilmente perché il film è più interessato ad essere diverso (senza però spingere fino in fondo) che a dire effettivamente qualcosa. (Riccardo Copreni)

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