Unfriended

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Una chat via Skype con gli amici si trasforma in un vero e proprio gioco al massacro

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Horror interessante e innovativo dal punto di vista formale prodotto dal kazako Timur Bekmambetov e diretto dal georgiano Levan Gabriadze. È un film insolito e spiazzante nell’impostazione: di fatto è tutto – tranne un’ultima e unica immagine nel finale – ambientato all’interno di un unico grande desktop di un Mac da dove la protagonista (una studentessa giovane e un po’ sprovveduta, come spesso capita in questo genere di film) interagisce e comunica con i propri compagni e amici. Via Skype, Imessage, Facebook e il suo Messenger, Gmail. Tutto già visto ma anche molto familiare: il punto di vista della protagonista coincide infatti esattamente con quello dello spettatore che si ritrova quindi davanti un enorme computer per comunicare con strumenti che sono per gran parte di noi quotidiani e ormai indispensabili.
Si parte e subito c’è qualcosa che non va: una chat di gruppo via Skype tra compagni di scuola e un personaggio senza volto, impossibile da bannare o da eliminare, che interagisce coi ragazzi, li provoca, li mette alla prova in quello che diventerà ben presto un gioco al massacro. Gabriadze fa tesoro di tanti successi horror figli della moda ma anche di semplici e buone idee: la VHS assassina di The Ring qui è aggiornata ai tempi mentre il realismo della narrazione e del contesto sono figli del taglio documentaristico di Paranormal Activity. L’operazione nel complesso funziona: vi è qualche buon momento di suspense, l’inquietudine è generata soprattutto da un sistema virtuale e anonimo come quello delle chat che nasconde tanti pericoli e rischi. Soprattutto due cose ci colpiscono di più. In primo luogo, l’effetto paradossale di una moltitudine di strumenti tecnologici che per una volta tanto non distraggono ma obbligano lo spettatore a rimanere concentrati su ogni aspetto dello schermo, su ogni link cliccato, su ogni parola battuta e poi rimangiata, su ogni post inquietante di Facebook. L’altro aspetto, ancora più inquietante e paradossale, è l’effetto straniante del film. Un pc per l’occhio di ciascun spettatore: l’idea – fortissima – che in ogni hard disk si possano nascondere segreti anche terribili e imbarazzanti. Un computer come una coscienza sporca, da un certo punto di vista, che aspetta solo di essere scoperchiata da un nemico che – come i tanti amici virtuali con cui ha a che fare la protagonista – per gran parte del film fatica ad avere un nome, un’identità vera e reale. Una presenza impalpabile ma familiare e presente, quasi una sorta di senso di colpa che attanaglia le coscienze e non lascia tranquilli.
Girato con due soldi ma sotto la supervisione di una vecchia volpe dello show business come Bekmambetov, pur prevedibile in alcuni momenti dell’intreccio e pur presentando tanti stereotipi del genere, Unfriended (che titolo beota: si poteva pensare a qualcosa di più accattivante, no?), apre la strada a un nuovo tipo di horror, virtuale e interattivo ed è un’operazione interessante sia dal punto di vista cinematografico sia come istantanea delle nuove forme di comunicazioni di oggi.

Simone Fortunato

 

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