Un'altra giovinezza

Un'altra giovinezza

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Budapest, 1938. Un intellettuale rumeno sui settanta anni, pieno di rimpianti per un amore perduto in gioventù e per un lavoro incompiuto che gli ha divorato il tempo di una vita, medita il suicidio ma cambia idea quando – colpito da un fulmine – vede rifiorire il proprio corpo e moltiplicarsi le proprie capacità intellettuali. La sua vita prende una piega imprevista e intraprende un viaggio filosofico e spirituale oltre che letterale, alla ricerca di sé e del significato della sua incredibile storia.

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“Un’altra giovinezza”, adattamento del romanzo omonimo (già parzialmente autobiografico) dello studioso di religioni Mircea Eliade, è un titolo simbolico e programmatico che la dice lunga sulle intenzioni che hanno mosso uno dei più celebrati autori di cinema contemporanei a tornare dietro la macchina da presa dopo dieci anni di silenzio. Francis Ford Coppola – ed è il valore aggiunto di un film originale e sorprendente – è tornato indietro nel tempo, agli anni per lui esaltanti e ruggenti in cui non doveva dipendere da produttori capricciosi, né obbedire alle regole di Hollywood. Effettivamente il film è ambizioso e sperimentale come l’opera prima di un esordiente, e come tale è stato girato. In meno di tre mesi di riprese, effettuate quasi tutte in Romania, con un budget povero ed una troupe piccola, Coppola ha cercato dentro di sé la freschezza e l’energia del neofita, ma anche la spavalderia di chi mira in alto e in profondità, a dispetto delle logiche di mercato e dell’aspettativa del pubblico. Il risultato è un’odissea nel tempo, così come “2001” di Kubrick lo era stata nello spazio, alla ricerca dell’origine della vita e del senso che regola le leggi dell’universo. Lo studioso di linguistica interpretato da Tim Roth entra in contatto con forze misteriose e potenti che lo portano a sfiorare la conoscenza assoluta della realtà e l’essenza stessa dello spirito umano. Coppola ne approfitta per un riepilogo mitologico e antropologico che cerca di tener conto a un tempo stesso della storia dell’umanità, di quella dell’immaginario e di quella del cinema: il miraggio dell’onniscienza e la circolarità del tempo, la reincarnazione e la vita eterna, il mito del superuomo e il tema del doppio. L’amore, infine, che fa muovere il mondo, e la valenza salvifica del sacrificio. Il film dialoga con le altre opere del regista più di quanto egli sia disposto ad ammettere. Con “Il padrino” e “Apocalypse Now” condivide la struttura mitologica, con “Rusty il selvaggio” e “Peggy Sue si è sposata” l’ossessione del tempo che passa, con “Dracula di Bram Stoker” e “Jack” il tema dell’eterna giovinezza. Possiede, anche nel suo essere irrisolto e imperfetto, il fascino di tutte le esplorazioni, dove la curiosità, l’interesse e l’eccitazione provengono più dalla ricerca che dall’esito. Alla sicurezza di una strada che sia quella giusta, Coppola preferisce la suggestione dell’ignoto e il sincretismo religioso, ma sbaglieremmo se giudicassimo il risultato dispersivo anziché stimolante.,Raffaele Chiarulli

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