Una vita violenta

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Stephane lascia Parigi e torna improvvisamente in Corsica: hanno ucciso il suo migliore amico, attivista politico. Ora tocca a lui decidere cosa fare della sua vita.

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La terra è la terra. Nel nostro Mediterraneo, distante poco dalla Sardegna, c’è una terra bellissima, arcaica, la Corsica. Di quella terra, di quel Paese così nostro e così alieno, si conosce bene poco. Solo chi è nato, ha vissuto o vive ancora lì conosce parte dei suoi segreti, delle sue ferite, dei suoi sacrifici. Thierry De Peretti è un regista corso che vive tra la Francia e la sua isola. Due anni fa, al Festival di Cannes, nella sezione Semaine de la Critique, De Peretti ha portato il suo secondo film, Una vita violenta (il titolo potrebbe ingannare perché ricorda l’omonimo romanzo, e poi lungometraggio di Pier Paolo Pasolini). Gli eventi narrati sono finzione che traggono spunto dalla veridicità storica del nazionalismo corso e della storia personale di Nicolas Montigny, un attivista nazionalista ucciso a Bastia nel 2001. Di una Storia di cui si nutre per raccontare il dolore. Dolore di non avere una propria terra, delle disparità nazionaliste, della delinquenza che decide cosa fare e chi deve vivere.

Se le vite dei corsi, intervistati e incontrati dal regista, richiamano racconti, ricordi, esperienze reali di un passato non così lontano, eventi storici, Una vita violenta ha l’integrità e il nitore dei film sociali e l’oscurità del dramma personale. Si inizia con il presente e si termina con il presente, aperto. A farci comprendere l’oggi, le lacrime materne (una straordinaria Marie Pierre Nouveau) e il funerale, De Peretti crea un lungo flashback del protagonista Stephane (Jean Michelangeli), uno studente corso che si è trasferito e vive a Parigi. La sua vita normale, forzatamente clandestina, viene interrotta subito dall’ascolto dei messaggi registrati nella sua segreteria telefonica: il suo migliore amico, Christophe (Henri-Noël Tabary) è stato ucciso. Stephane non ha dubbi. Deve ritornare in quella terra che potrebbe restituirgli la morte e deve rivivere il suo passato. Deve andare alle radici per ripensare alle sue amicizie, al suo gruppo di coetanei, alla sua relazione con una donna che non lo sa (o non vuole) amare fino in fondo, alla prigionia per detenzione di sostanze illecite per terzi. Una prigionia che conduce, inevitabilmente, a contatto quotidiano con gli altri detenuti, giovani e meno giovani, alla nascita di una coscienza diversa. Di chi, giovane, è convinto che può farcela. Che delinquenza e paura, devono essere combattute, anche con la violenza. Anche uccidendo. Il sangue scorre senza ostentazione. Le mine scoppiano, ma sono annunciate sui muri dei palazzi che le sotterrano. Spari, pistole, volti coperti, quelli dell’Esercito legittimo del Popolo (la struttura che Stephane crea con i suoi amici e le persone conosciute in galera) annunciano la fine della mediazione e la fine degli accordi.

La guerra è una guerra civile. Però, a differenza dell’infanzia che Stephane ricorda in un’intervista che lascia il cuore in gola, nessun morto è in primo piano. Le inquadrature costruiscono la coscienza dello spettatore, che assiste, conosce, interpreta e soffre. Una vita violenta è un film importante, che racchiude, grazie al regista Thierry De Peretti, la forza dell’autenticità, la consapevolezza del dolore, la necessarietà del coraggio.

Emanuela Genovese

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