Una vita spericolata

Una vita spericolata

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Un ladro suo malgrado e il suo amico di sempre si ritrovano, insieme a una ragazza volontariamente loro ostaggio, in fuga dalla polizia e da una banda di criminali.

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Un ragazzo e una ragazza si risvegliano in un letto, per strada, anzi su un furgone che sta portando via tutto da una casa pignorata. Il proprietario è il ragazzo, cui la sua bella gliene dice di tutti i colori. E in effetti è un vero fallito il giovane Rossi (cognome ovviamente anonimo come è lui), che si trascina in qualche modo. E il suo ingenuo tentativo di chiedere un prestito alla banca, per salvare l’officina, finisce malissimo: una pistola scarica portata per sbaglio lo trasforma in un involontario svaligiatore (si ritrova con 20 milioni di euro…). Cosa fare? Scappare, magari insieme all’amico di sempre BB, ex campione di rally con padre appena licenziato e madre avvilita, e a una ragazza – una giovane attrice che ha già visto passare il suo momento d’oro – che gli ordina di prenderla in ostaggio. Scopriranno che quei soldi non sono della banca ma di una banda guidata da una donna sanguinaria: per Rossi e BB il sogno è andare via lontano a godersi i soldi (magari regalandone un po’ qua e là ad altri poveracci), l’incubo essere presi è fare una brutta fine. Mentre chi segue le loro gesta sui media li elegge a propri eroi.

L’inizio fa temere il peggio: la scena del letto pignorato con tanto di insulti e urla isteriche di Rossi e della sua (a quel punto ex) donna sono una falsa partenza. Poi Una vita spericolata, sesto film per il cinema di Marco Ponti, prende un certo ritmo e risulta un gradevole action/comedy/road movie (con tante belle location in giro per l’Italia), con personaggi un po’ troppo sopra le righe e quasi mai del tutto calibrati (il regista li definisce “piccoli Lebowski”, ma sarebbe meglio volare basso…), ma con un risultato comunque piacevole. Il terzetto di spigliati protagonisti è in fuga è affiatato e ben amalgamato: Lorenzo Richelmy fa bene il fallito sempre a disagio con se stesso, Matilda De Angelis gioca a fare la femme fatale in realtà fragilissima e il talentuoso e sottovalutato Eugenio Franceschini (che sostituì in corsa Domenico Diele, che durante le riprese investì mortalmente una donna ed è stato condannato a oltre sette anni di reclusione) gestisce con bravura un personaggio potenzialmente stereotipato di menefreghista flemmatico. Attorno a loro alcuni comprimari di lusso, tra cui Massimiliano Gallo che fa il poliziotto tossicodipendente, Michela Cescon sempre bravissima anche come feroce criminale e Antonio Gerardi che ha forse il personaggio più divertente e non lo spreca. E tanti altri piccoli ruoli, a cercare di sorprendere di continuo lo spettatore.

Peccato che sia tutto non solo sopra le righe (ci sta, nel tipo di film coeniano e tarantiniano che Ponti sembra prediligere fin dall’esordio all’inizio del millennio con Santa Maradona, che faceva pensare a una carriera più incisiva di un regista molto dotato tecnicamente ma con poco di originale da dire), ma anche con scene e battute ogni tanto inutilmente grevi, e comunque con situazioni e un tono generale più simpatici che davvero divertenti; infatti di risate vere e proprie ce ne sono poche, al contrario che nei suoi modelli hollywoodiani. E se corre lungo la storia un prevedibile sentimento “antagonista” (anti-banche e anti-tutto) che fa tenerezza per velleitarietà, e la violenza appunto tarantiniana è più da fumetto che fastidiosa, ci troviamo alla fine di fronte a un bicchiere pieno a metà. Che a seconda dell’umore farà rimpiangere l’ennesima occasione sciupata da un film italiano riuscito solo in parte o, al contrario, rallegrarsi per aver passato una serata tutto sommato piacevole.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...