Una giusta causa

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La carriera del giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, dagli studi in legge alla vittoria in tribunale contro una legge discriminatoria.

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Nativa di Brooklyn, migliore del suo corso alla facoltà di legge alla Columbia University nel 1959, Ruth Bader (Felicity Jones) viene ammessa ad Harvard per proseguire gli studi. Terminati anche questi brillantemente (non senza aver dovuto dimostrare a ogni piè sospinto di non essere inferiore a un uomo) e sposata con il giovane Marty Ginsburg (Armie Hammer), avvocato fiscalista, Ruth, che già ha una figlia, vaga per gli studi legali di Manhattan cercando qualcuno che l’assuma. Al tredicesimo tentativo, il titolare, un uomo dai modi comprensivi impressionato dai titoli della giovane, scherza: «Una donna, una madre e un’ebrea! Sono sorpreso anche che l’abbiano lasciata entrare». Con questa sorta di complimento all’incontrario l’avvocato lascia trasparire la sua ammirazione, ma ammette che le mogli dei suoi altri dipendenti non tollererebbero una bella ragazza così a stretto contatto con i loro mariti, quindi ancora una volta Ruth si ritrova in mezzo alla strada. È il colpo finale (che la regista Mimi Leder piazza per far capire allo spettatore quanto patriarcale fosse il sistema americano), e che fa decidere Ruth di accantonare il suo sogno dell’avvocatura, per accettare di insegnare legge all’Università.

È anche l’inizio però (e bisogna dirlo) dell’operazione di trasformazione, da parte della regista di Una giusta causa, di Ruth Bader Ginsburg, da persona in carne e ossa in un’icona da canonizzare. Impegnata nell’insegnamento ad Harvard, la protagonista sembra aver vissuto in un limbo per anni (difficile da credere), fino a quando la figlia adolescente, che inizia a partecipare alle manifestazioni femministe, la incita a prendere parte attivamente nel movimento per l’emancipazione. Poco dopo il marito Marty la informa di un caso di processo fiscale che coinvolge un uomo a cui è stata negata un’esenzione dalle tasse riservata alle donne che accudiscono i genitori. Da quel momento Ruth inizia la battaglia che vede lei sola affrontare tutti i più biechi difensori del patriarcato: dai vecchi insegnanti dell’Università che l’avevano già osteggiata da studente (guarda caso il più odioso è interpretato da Sam Waterston, volto noto della legge nella serie tv Law & Order) allo stesso rappresentante dell’associazione americana per i diritti civili ACLU Mel Wolf (Justin Theroux), che nonostante sia dalla sua parte la invita a essere meno umorale nei dibattiti. Grazie a Dio in questa parata di volti compunti e seriosi c’è anche Kathy Bates nel ruolo di un’anziana e sfacciata avvocatessa, giusto per estorcere un sorriso allo spettatore. Come finirà è storia: riconoscendo la legittimità per un uomo di assistere i genitori, i legislatori riconosceranno che la parità andrà estesa anche a tutti i campi nei quali le donne erano escluse.

Per il resto Una giusta causa sembra il ritratto di una macchina da guerra più che di una persona, che concede pochissimo al travaglio interno, alle sfumature, al far vedere che Ruth Bader Ginsburg respira o si emoziona come i comuni mortali. Anche le immagini finali, con la vera Ruth che (al rallentatore!) sale la scalinata di una corte, sembrano rendere omaggio a un mito più che a una donna. E il fatto che sia ancora viva e vegeta, nonché giudice della Corte Suprema, massimo organo del potere giudiziario americano, rende il tutto anche un po’ iettatorio.

Beppe Musicco