Una famiglia

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Due coniugi mettono al mondo i figli che vendono ad altre famiglie, finché la donna va in crisi

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Sono marito e moglie, ma tra Vincenzo e Maria il rapporto sembra più da padrone e schiava. Sul piano psicologico, soprattutto: lui alterna momenti di dolcezza ad altri di durezza e violenza. Quanto all’amore “fisico”, sembra ancora estremamente passionale per quanto solo finalizzato a un’attività di riproduzione per conto terzi: a ogni gravidanza, il figlio viene già ceduto a famiglie non ricche ma che possono pagare comunque i 50mila euro richiesti (con tanto di provvigione del 10% per la donna, non meno squallida, che trova per loro le famiglie). Una “fabbrica di figli” casalinga messa in piedi negli anni che ha logorato il loro amore e sfibrato fisicamente e psicologicamente la donna, che le prova tutte per non rimanere incinta (dopo aver perso un bambino), compreso farsi mettere una spirale dal losco amico ginecologo di nascosto dal marito (che gliela toglierà brutalmente… scena orribile e anche un po’ ridicola). Ma il vero desiderio di Maria è vivere una vera maternità e fare con il marito una vera famiglia. Un desiderio destinato a non compiersi mai?

È davvero piena di squallore la vicenda raccontata di Una famiglia, secondo film di Sebastiano Riso (che debuttò nel 2014 con Più buio di mezzanotte, storia di un adolescente che scopriva la sua omosessualità e delle violenze che subiva), in concorso alla Mostra di Venezia 2017. Poco apprezzato dalla critica al festival, il film vede i pur bravi Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel in due ruoli stereotipati: la donna soggiogata dal marito, che prova invano a ribellarsi ma non ne contesta mai il potere e il bruto insensibile e iracondo. Il film sembra più interessato a porre nel modo più ruvido possibile il tema dell’utero in affitto o della maternità surrogata – di cui lucidamente si mostra la nefandezza, anche se soprattutto per mostrare le carenze legislative nell’adozione da parte degli omosessuali – che dare vera personalità ai personaggi e respiro narrativo alla storia raccontata, in angoli di una Roma più cupa e angosciosa che mai. Se Maria cresce come personaggio nella parte finale del film, è soprattutto Vincenzo a essere “condannato” a un personaggio con poche tonalità, anche quando si interessa a una ragazzina (la Matilde De Angelis di Veloce come il vento, anche lei con un ruolo di scarso spessore), anch’essa vessata da un “padrone”. Ma sono troppi i personaggi davvero poco incisivi, da quello di Marco Leonardi che vuole “vendicarsi” perché il figlio che ha comprato era malato ed è morto al ginecologo interpretato da Fortunato Cerlino reso famoso dalla serie Gomorra, fino alla coppia gay un po’ macchiettistica in cui fa male vedere un attore capace come Ennio Fantastichini.

Il finale a sorpresa è la cosa migliore di un film francamente poco riuscito, modesto nella fattura seppur ambizioso nello stile, recitato discretamente ma senza mettere in luce il meglio degli attori, con dialoghi a volte piatti e una narrazione poco avvincente che punta a sorprendere con scene urlate o inutilmente brutali. Un finale che potrebbe emozionare, se non fosse che arriva al termine di un’opera modesta e allo stesso tempo povera ed effettistica (nel senso dei colpi bassi a effetto che propina allo spettatore). Non una buona performance per il nostro cinema, né il modo migliore per trattare temi attualissimi e decisamente importanti.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...