Una famiglia serena si accinge a festeggiare il Natale, in una splendida villa immersa nella campagna umbra: una nonna con i nipoti, una coppia di sposi, gli zii in arrivo… Ma è così perfetta quella famiglia? E perché il capofamiglia non accetta quel figlio, grasso e occhialuto, con tale violenza (verbale)? Perché quella non è la sua famiglia, ma un gruppo di attori che recitano una parte, in modo che l’uomo – solitario e scostante – possa passare le feste natalizie con una parvenza di famiglia e non da solo.

Tratto liberamente dal film spagnolo Familia (1996) di Fernando León, Una famiglia perfetta è una piacevole sorpresa: parte come una commedia frizzante e piena di battute, con ritmo pimpante e con attori molto in forma (strepitosi Sergio Castellitto e Marco Giallini, molto affiatati come già in La bellezza del somaro), prosegue con riflessioni sul recitare e sul rapporto tra cinema e vita; infine, chiude in maniera sorprendente e anche (in parte) natalizia. In mezzo, l’idea che un copione sorregga tutti i personaggi della storia: non solo chi recita per mestiere. Arroccati in quella casa da sogno e nello schema protetto delle decisioni già fissate a priori, i personaggi vedono però irrompere la realtà nella persona di una donna che ha litigato con il fidanzato (sposato…) e cerca ospitalità: lei rimarrà sconvolta da cose che non riesce a comprendere (intravedendo incesti e adulteri dove non ci sono), ma il suo arrivo sarà dirompente anche per i componenti della “famiglia perfetta”, perché il copione scritto non può più bastare. Tanto che qualcuno inizia a “improvvisare”.

I caratteri sono tutti ben delineati, nel film di Paolo Genovese che dopo la bella prova di Immaturi (e il suo meno riuscito sequel, che pure aveva alcuni spunti interessanti) fa un passo avanti con un altro film corale che alterna comicità, tensioni tra esseri umani e uno sguardo finale positivo che cerca una “ripartenza”. Castellitto nei panni di Leone è un perfetto misantropo, abituato a star da solo ma che non sopporta la solitudine a Natale tanto da “affittarsene” una; Giallini è Fortunato, il capocomico deliziosamente nevrotico, diviso tra moglie e amante ma in fondo più sensibile di quanto vorrebbe dare a pensare; Claudia Gerini, per una volta inappuntabile, è credibile in un ruolo di donna che si lamenta del marito ma ha un segreto mai svelato; e poi la Crescentini, sempre più sicura di sé, la strepitosa Ilaria Occhini (“nonna” dalle mille risorse artistiche, che insegna ai giovani i trucchi del mestiere: davvero una spanna sopra gli altri, nella finzione e nella realtà); i due bambini attori – il “professionista”, esilarante fin dal suo ingresso al ralenty, e il timido occhialuto “protestato” – e perfino i due ragazzi più giovani, Eugenia Costantini e Eugenio Franceschini: che sembrano meno all’altezza degli altri, ma in fondo è giusto così; se la prima è una presuntuosa attricetta ancora inesperta (che sentenzia, come tante colleghe vere, “finzione? per me recitare è la vita”, e fa danni in entrambi gli ambiti…), il secondo sa di essere un mediocre ma ha solo ambizioni limitatissime (entrare nella casa del Grande Fratello o, se non ci riesce, tornare a un lavoro “normale”) e quindi a lui sta bene così. Infine, in due piccoli ruoli, Francesca Neri nella parte della donna che irrompe nella villa addobbata a festa e Maurizio Mattioli in un cameo al solito divertentissimo (ma quant’è bravo, l’attore romano per eccellenza?).

Una famiglia perfetta è, nell’originalità dell’idea iniziale e nella struttura, fortemente debitore al film spagnolo, mai uscito in Italia (che diede già vita a un modesto remake americano con Ben Affleck e James Gandolfini, Surviving Christmas da noi rititolato Natale in affitto). Ma aggiunge all’originale qualità visive e registiche più spiccate, un ritmo molto più brillante e attori decisamente in forma. È una commedia di gran classe, consapevole e ambiziosa nella messa in scena e nella sua voglia di intrattenere e divertire sì, ma anche di andare a colpire precisi bersagli: come il desiderio di autonomia e indipendenza dal prossimo e uno sguardo sulla famiglia lucido e positivo. Mentre lo sfondo natalizio, se può sembrare solo funzionale a un’uscita nel periodo più ricco per il cinema (ma siamo a distanze siderali dalle varie “Vacanze a… di De Sica e compagnia), permette in realtà di arricchire, forse inconsapevolmente, con simboli e suggestioni (la Messa di mezzanotte, carica di tensioni ma anche di un senso di inquieta ricerca di senso), una storia già piena di spunti interessanti. Che poi è il segreto delle migliori commedie, genere in cui il cinema italiano è stato maestro per decenni: far divertire e poi, quasi a tradimento, cambiare di tono e colpire al cuore lo spettatore.

Antonio Autieri