Un valzer tra gli scaffali

Un valzer tra gli scaffali

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In un grande supermercato di Lipsia, un giovane e timido addetto al magazzino si innamora di una bella collega

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Per Christian, timidissimo e goffo nuovo arrivato tra i dipendenti di un grande supermercato alla periferia di Lipsia (nella parte orientale della Germania), essere confinato nel magazzino come addetto notturno non è un problema. Anzi, lì vive una dimensione protetta, circondato solo da pochi colleghi e tanta merce negli scaffali. Ci sono peraltro personaggi curiosi, come il burbero Bruno che lo prende in simpatia e lo introduce ai segreti del luogo, il veterano Rudi che annuncia al microfono «Benvenuti nella notte» prima di mandare le note del valzer di “Sul bel Danubio blu”, che trasforma i movimenti dei carrelli per spostare scatoloni e bancali in abili danzatori; e poi il pazzo Klaus, lo scacchista Jurgen, la fumatrice Irina, il pragmatico Norbert. Ma ad allietare la sua quotidianità appare una dolce figura: la sorridente e malinconica Marion, addetta ai dolciumi, che Christian inizia a cercare spesso, tra le corsie del magazzino o alla macchinetta del caffè. Ma quella donna è sposata, per quanto infelicemente. E per quanto piacevolmente colpita dalla sua gentilezza, non sembra ricambiare. C’è speranza per quel giovane, che porta sul corpo e nella mente ferite ed errori del passato? E che oltre tutto, al primo segnale di difficoltà, vede ricomparire amicizie sbagliate?

Inizialmente, Un valzer tra gli scaffali (due termini – valzer e scaffali – che mai avremmo pensato di ritrovare sotto lo stesso titolo: ma quello originale suona come “Tra i corridoi”) sembra una commedia surreale alla Kaurismaki. E in un certo senso, quel modello lo tiene ben presente – soprattutto nella prima parte – il 37enne Thomas Stuber: un autore tedesco dell’Est che, partendo da un racconto di Clemens Meyer, allude al malumore degli abitanti dell’ex DDR per una riunificazione che ha creato una grande Germania ma ha lasciato quelle regioni nella depressione, forse più psicologica che economica. E la depressione si avverte così tanto in quei personaggi,  a rischio di alienazione a causa di lunghissimi turni che danno poco spazio al riposo e agli affetti (per chi ne ha), che quel poco di umorismo e leggerezza non risolleva l’animo più di tanto.

Gli attori si fanno apprezzare: Christian è Franz Rogowski, già visto in Happy End di Michael Haneke, Marion è Sandra Hüller, apprezzata in Vi presento Toni Erdmann, senza contare Peter Kurth nei panni di Bruno. Intenerisce ovviamente il sentimento che nasce in Christian per Marion (ma non pare del tutto credibile che una dona così bella e sicura – per quanto infelice – possa dare una chance a un ragazzo complessato e problematico), ma anche il rapporto che si crea con l’anziano Bruno, che cela fino a un certo punto i suoi segreti dolori. Ma i pur numerosi episodi e annotazioni non rendono particolarmente memorabile il terzo film di Stuber, gravato da parecchia ripetitività in una ricerca insistita della poesia nascosta in luoghi grigi e prosaici che alla lunga suona un po’ troppo retorica. Con un’aria di tristezza cupa che alla lunga prevale, tanto da non essere riscattata – come si vorrebbe – da un finale di speranza. E pretendere di sentire il rumore del mare in quello di un carrello elevatore, richiede un tasso di sospensione dell’incredulità superiore alla media.

Antonio Autieri