Un ragazzo d’oro

Un ragazzo d’oro

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Un giovane pubblicitario deve affrontare la morte del padre regista con cui da anni era in rotta.

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Mediocre dramma avatiano con al centro un’oscura vicenda famigliare intrecciata con il cinema di serie b, nevrosi e inquietudini anche sessuali. È un gran pasticcio, sia a livello di sceneggiatura (firmata dallo stesso regista assieme al figlio Tommaso) che mette insieme troppi elementi senza riuscire a rendere coeso il materiale sia a livello di regia – il tallone d’Achille degli ultimi, mesti film di Avati – piatta e televisiva, sciatta e trascurata in molti piccoli ma significativi dettagli, dal montaggio brusco e inefficace al terribile doppiaggio di Sharon Stone, per giunta fuori sincrono alla stessa gestione degli interpreti, tutti sotto il livello di guardia.

Eppure la storia poteva essere nelle corde di un regista dalla carrierra bizzarra e spiazzante capace di rievocare piccoli mondi borghesi e perduti e d’altro canto indagare con grande sensibilità l’orrore sepolto nel passato come nello straordinario La casa dalle finestre che ridono. Davide (Riccardo Scamarcio, inerte e passivo per esigenze di copione) è un giovane confuso. Vive all’ombra del padre, un vecchio sceneggiatore di film di serie b italiani, una figura imgombrante che sembra schiacciarlo da tempo e con cui ormai da anni ha rotto ogni rapporto; ha una ragazza (la Capotondi, pure lei non al suo meglio) che non ha mai rotto con il suo precedente ragazzo. E soprattutto ha un lavoro di pubblicitario da cui vorrebbe scappare per andare a lavora nel cinema che conta in veste di sceneggiatore e scrittore. Parte così, con una situazione di stallo non priva di qualche elemento autobiografico un film che già dalle prime battute e dalla morte del padre sbanda paurosamente. Davide che parte per Roma per il funerale di lui; l’incontro con la madre (Giovanna Ralli), un inquietante cameo di Valeria Marini. E ancora: l’incontro con una misteriosa e languida Sharon Stone. E poi tanti mezzi intrighi e ministorie che non decollano mai.

I temi del cinema avatiano, soprattutto dell’ultimo, si riconoscono sin troppo bene: la ricerca di una affetto stabile, l’amore per il cinema, il sentimento contrastato di amore-odio per la famiglia, la solitudine e soprattutto il registro malinconico con cui il regista bolognese guarda a ogni sentimento o persona, dall’amore lontanissimo da essere una passione focosa all’odio ridotto a poco più che il riverbero di un rancore. Il problema è l’incedere da cattiva fiction unita a una quantità di storie collaterali (la storia d’amore con la Capotondi, lo stesso personaggio ambiguo della Stone) che sono mal gestite e soprattutto tolgono spazio a una riflessione amara sulla scrittura e sul cinema che poteva essere davvero l’elemento più interessante e sincero del film.

Simone Fortunato

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