Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

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Meglio evitare

Una serie di personaggi surreali in svariati episodi da teatro dell’assurdo.

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Difficile, se non impossibile riassumere la trama di questo film svedese, vincitore del Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2014 (quando in concorso c’era il formidabile Birdman, con la pecca di essere un film hollywoodiano…). In poco più di un’ora e mezza, immersi in una fotografia dai colori poveri, che sembra confinare con il bianco e nero, vediamo poveretti che muoiono all’improvviso nella disattenzione o indifferenza, aspiranti suicidi, tristissimi venditori di gadget carnevaleschi. E tanto altro, compresa una fila di marinai che in un bar paga una consumazione con un bacio alla locandiera, un’irruzione in un altro locale contemporaneo di soldati del re 700centesco Carlo XII con lo stesso sovrano (che cerca di sedurre un garzone), oppure ricconi cadenti che osservano soldati che in pieno ’800 usano schiavi di colore come combustibile per una gigantesca e stranissima macchina che rotola di qua e di là…
Umorismo corrosivo – per niente simile a quello di Aki Kaurismaki, come hanno scritto troppi a vanvera – sulle vicende e sui vizi degli uomini, gag macabre, visione disperante dei propri consimili: a Venezia la critica e i cinefili più snob impazzirono per questa operina cinica e sopravvalutata (dove sarebbe la profonda riflessione filosofica?), che fuori dal contesto festivaliero – dove si rideva sguaiatamente anche per battute e situazioni davvero di cattivo gusto – risulta lenta e noiosissima. Nonché monocorde nel mostrare tutto il peggio che si agita sulla faccia della Terra. Incredibile lo spreco di energie umane, e anche di un certo talento artistico (la qualità visiva ricorda volutamente tanti pittori nordici, a cominciare da Bruegel il Vecchio: dalla sua immagine di piccioni che guardano l’inutilità delle violenze umane – nel quadro “Cacciatori nella neve” – si deve l’ispirazione per lo strano titolo del film) per un risultato intellettualmente così angusto. Impresa coronata però dal massimo premio a Venezia: il regista Roy Andersson – più apprezzabile nel precedente You, Living che sembrava accoppiare lo stesso gusto per l’umorismo surreale a un po’ di pietas in più – si può certamente accontentare di allori e onori. Il pubblico “normale” (non quello autoreferenziale dei festival), un po’ meno. Speriamo, come in casi analoghi, che non spuntino imitatori come funghi.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...