Un giorno all’improvviso

Un giorno all’improvviso

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Un diciassettenne maturo e responsabile spera di coronare il suo sogno di calciatore mentre si prende cura di una madre fragile.

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Antonio è un diciassettenne cresciuto troppo in fretta a causa di una situazione famigliare disastrata. Vive in una periferia campana con Miriam, madre amorevole ma ludopatica e mentalmente instabile. Il padre Carlo li ha abbandonati per un’altra donna molti anni prima, segnando un declino nella salute dell’ex moglie e costringendo il ragazzo a una vita di sacrifici. Dividendosi tra il lavoro ad una pompa di benzina e la cura dei limoni in un campo di loro proprietà, Antonio coltiva la speranza di una vita migliore attraverso la passione per il calcio. Proprio quando gli si presenta l’opportunità per un ingaggio che promette di tirarli fuori dal vortice di miseria nel quale vivono, le ossessioni della madre per l’ex compagno porteranno a un’inaspettata piega degli eventi.

Con Un giorno all’improvviso l’esordiente Ciro D’Emilio aveva preso parte lo scorso settembre alla competizione nella sezione Orizzonti per la 75ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, riscuotendo un certo successo grazie alle ottime prove di Anna Foglietta e Giampiero De Concilio, nei panni dei protagonisti. L’intera opera si struttura infatti sul polo tematico del rapporto madre-figlio, qui declinato in modo intelligente e inusuale secondo un rovesciamento delle parti: l’adolescente fatto troppo presto adulto si prende cura di una madre perduta nel suo dolore e incapace di provvedere a sé stessa, difendendola da un contesto ostile e abbandonato come quello delle periferie campane. Il regista riesce però a sfuggire ai cliché dilaganti sull’immaginario della malavita campana, calandoci in un mondo di miseria profondamente umana che non si compiace della spettacolarizzazione della violenza, ma resta attaccato ad un realtà fatta di piccole, grandi fatiche quotidiane. In questa routine dedita completamente all’amore per la madre, il personaggio di Antonio acquista credibilità nel mostrarsi anche fallibile, mosso da paure giustamente adolescenziali e da una passione per il calcio che spera di trasformare in un mestiere. Con grande sensibilità viene trattato anche il tema della malattia mentale, complice un’eccezionale interpretazione di Anna Foglietta, che visceralmente aderisce al suo personaggio senza mai per questo risultare sopra le righe.

Nonostante l’architettura narrativa si mescoli alla perfezione con l’innegabile spessore dei personaggi per tutta la prima parte del film, il ritmo rallenta e si fa ridondante nelle fasi conclusive, lasciando un po’ in sospeso alcune tematiche chiave e mancando di concretizzare la parabola di formazione del giovane eroe. Il coinvolgimento emotivo che ci aveva fatto affezionare ai protagonisti raggiunge dei picchi nella messa in scena di alcuni eventi drammatici, di certo necessari alla narrazione, ma che di fatto non fanno altro che gettare i protagonisti in un dolore molto simile a quello già rappresentato. Quella complessità che tanto sembrava volerci dire si tronca sul più bello, mutilando proprio con le ultime pennellate quel quadro dolceamaro ben tratteggiato fin lì.
Resta in ogni caso forte l’impressione di una sensibilità verso il reale fuori dal comune e di uno sguardo aperto alle sfumature dell’umano, che ci fanno ben sperare per i prossimi progetti del regista campano.

M. Letizia Cilea

 

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