Un altro mondo

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Un giovane, che non vede il padre da quando lo abbandonò bambino, vola in Africa al suo capezzale. Scoprirà un fratellino di cui ignorava l’esistenza…

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Il giovane Andrea ha tutto, e non ha niente. Ha i soldi, che la madre fredda e distante gli garantisce con regolarità e che gli evitano la fatica di lavorare. Ha una bella ragazza, con cui vive. E una vita apparentemente senza problemi. In realtà gli manca un padre, il padre che lo abbandonò in un parco vent’anni prima, quando era molto piccolo. E che lui odia profondamente, non avendo più voluto sapere nulla di lui. Finché un giorno una lettera non riapre la questione: il genitore, che vive in Kenya da tempo, sta per morire. Pur senza commuoversi per questo fatto, Andrea parte per l’Africa (contro il volere di madre e fidanzata). Non riuscirà nemmeno a parlare al padre, ma scoprirà di avere un fratellino nero di dieci anni, Charlie, rimasto solo al mondo. Di cui vorrebbe disinteressarsi, o “piazzarlo” pagando la sua sussistenza. Ma non riuscirà a toglierselo di dosso, e lo porterà in Italia. Non senza problemi nel rapporto con la sua Livia. Ma anche non potendo evitare di farsi cambiare da quel rapporto, ormai stufo di una vita vuota.

Il soggetto di Un altro mondo era rischioso e affascinante al tempo stesso: rischioso perché presentava tutti i trabocchetti di una storia a rischio di sentimentalismi super zuccherosi, ideale per una fiction tv ma non per un film; ma anche affascinante, perché sono queste storie di cambiamento e di evoluzione a diventare spesso grandi pellicole cinematografiche. Solo ad avere tutti gli elementi al loro posto: un’ottima sceneggiatura, che sappia bilanciare lacrime e sorrisi; una regia sicura che non si faccia prendere la mano dalla materia; attori totalmente dediti al progetto e capace di regalare verità ai personaggi, al di là di un certo schematismo della trama.

Niente di tutto questo nel secondo film da regista di Silvio Muccino, fratello minore del più noto Gabriele (con cui, da qualche anno, ha rotto misteriosamente i rapporti dopo aver iniziato a lavorare con lui come attore). Come nel precedente Parlami d’amore, retorica e cliché sono gli elementi prevalenti come già nei due romanzi da cui sono stati tratti, dell’amica e cosceneggiatrice Carla Vangelista (nel primo caso, Muccino Jr collaborò anche al romanzo). Tra dialoghi altisonanti, voci fuori campo, scene madri e sguardi che vorrebbero essere intensi ma sono sempre fuori registro, il film procederebbe con stanchezza – anche se chi al cinema cerca emozioni può anche trovarle, a furia di colpi bassi – se non ci fosse l’unica nota positiva del film: il piccolo Michael Rainey Jr., che nei panni di Charlie regala momenti di spontaneità e freschezza al film, trascinando in alcune scene meglio riuscite anche Silvio Muccino. Che come attore, qualche anno fa, stava facendo un percorso di maturazione interessante: viene da chiedersi perché si sia imbarcato nella regia, per la quale non sembra – per ora – avere i mezzi sufficienti. Fa quasi tenerezza nella sua sincerità di fondo – si vede che crede in quel che racconta, che forse ha anche qualche lato di contatto con vicende biografiche non risolte – ma purtroppo tale sincerità si traduce (come spesso accade a chi vuol dire molto ma non possiede i mezzi espressivi, narrativi, culturali per farlo) nel suo contrario. Ovvero in un film che suona falso e costruito a tavolino, grazie anche a ralenti, look trendy finto stropicciato/alternativo e scelte di attori più alla moda che utili alla credibilità dei personaggi. Oltre tutto con ambizioni enormi, citazioni di ottimi film (il modello è About a Boy) e grandi classici e autori da cui tenersi agli esordi debitamente alla larga. Per essere un attore, non risulta felice neppure nella direzioni degli interpreti – con Isabella Ragonese, professionale ma poco convinta, non scatta alcun feeling, tanto che non sembrano mai due persone che vivono insieme; Greta Scacchi, la madre, è personaggio troppo programmaticamente negativo – tranne appunto nella, misteriosa, gestione del piccolo esordiente (davvero simpatico). Spiace parlar male di uno così appassionato come Muccino. Ma dopo due film da regista il sospetto che debba riconsiderare le sue scelte recenti e tornare, più modestamente, a farsi dirigere da altri è forte.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...