Un affare di famiglia

Un affare di famiglia

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Uno strano nucleo familiare divide un piccolo appartamento. Ma quali sono i reali legami tra queste persone?

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Un padre e un figlio sottraggono qualcosa in un supermercato, con sicurezza. Tutto fa pensare che siano azioni per loro frequenti, e infatti… Anche se lui ha un lavoro (fa l’operaio in un cantiere edile), e così la moglie addetta a una lavanderia. Al ritorno da quell’ennesimo furto, Osamu e il figlio vedono una bambina in mezzo alla strada, nel gelo notturno, e la portano a casa. Una piccola e umilissima casa, dove si trovano anche una nonna e una ragazza. La moglie di Osamu è restia a ospitarla, dopo averla sfamata la vogliono riportare indietro. Ma le ferite sulle braccia e le urla che provengono da casa sua, fanno cambiare idea alla coppia, che pure non sono un modello di ottimi genitori: tra “educazione” all’illegalità, condizioni precarie (neanche due lavori e i furti conttinui permettono loro di vivere bene: serve anche la pensione della nonna), modalità di rapporto quanto meno singolari. Ma la piccola si inserisce bene con loro: possibile che nessuno la cerchi?

Hirokazu Kore’eda, regista giapponese che con questo film ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018, tratta spesso temi legati alla famiglia, come nei recenti Father and Son (2013), Little Sister (2015) e Ritratto di famiglia con tempesta (2016). Qui in realtà siamo di fronte a una famiglia molto particolare che – senza svelare troppo – si è formata con modalità molto particolari che il pubblico scoprirà solo nel finale, con un ribaltamento anche di senso che spiazza parecchio. Risuona spesso la domanda – peraltro declinata altre volte nel cinema, ma in modo molto diverso – sulla natura della famiglia e dei genitori, se solo il sangue abilitino a considerarsi tali o legami formati sull’affetto. Qui le cose si complicano perché le zone d’ombra, per quanto vaghe, si manifestano anche mentre le cose sembrano andar bene: c’è un figlio che non riesce ad avere manifestazioni d’affetto per il padre – cui pure è legato – e che prova insofferenza verso la nuova “sorellina” (che invece si attacca subito a lui), c’è una nonna saggia ma che fa pesare spesso il suo aiuto economico, ci sono i genitori che educano a vivere di espedienti (oltre ai furti, devono spesso nascondersi dagli assistenti sociali che pensano che in quella casa ci viva un’anziana donna sola), c’è una ragazza che per guadagnare mostra il suo corpo a clienti sconosciuti. I soldi al centro di tutto, insomma. Senza contare la bambina che – seppur non ricercata dai genitori, per parecchio tempo – viene “tranquillamente” tenuta in una  casa che non è la sua. A un certo punto, di tale lontananza dalla verità, inizia a soffrire il piccolo Shota che si interroga, fa domande e manifesta disagio. Un suo “errore” genererà l’incidente che farà cadere il velo della finzione.

Rispetto ai già citati – e bellissimi – Father and Son (2013) e Little Sister, qui la narrazione è meno sciolta e il tono a tratti sentenzioso, quasi dimostrativo: come se la famiglia naturale sia per forza violenta e quella formata per “scelta” sia obbligatoriamente migliore («quando si scelgono i genitori, poi il legame è più forte»). Ma non si può negare che Kore’eda – che ha al suo recente attivo anche un cupo giallo, Third Murder, passato alla Mostra di vVenezia 2017 e non uscito in Italia – sa raccontare i legami e gli affetti con una forza drammaturgica notevole. Con la forza di parole cariche di dolorosi significati («non si dovrebbe crescere sapendo di non essere voluti: come fai a essere amorevole con gli altri?») e di alcune sequenze che si scolpiscono nella memoria, come per esempio quella finale: in cui un ragazzo pronuncia la parola che non sapeva dire quando è ormai troppo tardi.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...