Two Mothers

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Lil e Roz, amiche fin da bambine, iniziano una relazione con i rispettivi figli. Una passione “inaccettabile” a cui nessuno sembra però capace di rinunciare…

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Ispirato a un racconto breve di Doris Lessing, questo dramma di passioni inconfessabili (sebbene l’indignazione morale venga liquidata più volte dai protagonisti e poi delegata agli altri personaggi della storia, poco più che figurette sbiadite) più che scandalizzare annoia dall’inizio alla fine con la sua ininterrotta e compiaciuta esibizione di corpi giovani e meno giovani e la sua aria di pomposa ineluttabilità. Pur drammatizzata dall’abile mano di Christopher Hampton (Le relazioni pericolose, A dangerous method) questa storia di passione – difficile parlare d’amore anche se i personaggi si riempiono la bocca di dichiarazioni in tal senso – tra generazioni diverse (che lo stesso Hampton aveva affrontato con ben altri esiti in Cherie) si porta tutto il peso di una messa in scena calligrafica, che il carisma di attrici come Robin Wright e Naomi Watts (i due giovanotti sono bellimbusti davvero dimenticabili) non basta a salvare dall’involontario ridicolo.,Si potrebbero pure tentare articolate divagazioni sull’immagine narcisistica di un amore materno che si compiace del suo “prodotto” (“Li abbiamo fatti noi? Sembrano dei…” chiedono all’inizio le due amiche) fino a elaborare una sofisticata forma di quasi incesto speculare; si potrebbe analizzare il peso dei tabù infranti (Lil e Roz vengono accusate di avere tra loro un legame morboso, di essere lesbiche), ma francamente sembrerebbe di dare a questa pellicola uno spessore che in realtà non ha.,Persa nell’inseguire i guizzi acquatici e non dei suoi giovanotti (per larga parte del film talmente intercambiabili e privi di una psicologia individuale che solo nomi e colore dei capelli li distinguono: ma forse era voluto…) la Fontaine vorrebbe esplorare la psicologia di due donne che si lasciano cadere in una trappola di sensazioni e sentimenti che non possono avere un lieto fine, ma non si rende conto che tutti quegli sguardi e quei sospiri rischiano di raccontare solo la fantasia morbosa di tante donne di mezza e età, qui furbamente rappresentate da due quaranta/cinquantenni ben lontane dalla media, non solo per la loro bellezza, ma anche per lo stile di vita diviso tra una perenne villeggiatura e qualche occasionale momento di lavoro o socialità. ,Certo, poi la regista (autrice di Nathalie, Coco avant Chanel) ci racconta anche l’ansia delle due donne di fronte ai segni di un inevitabile invecchiamento (e al timore di un conseguente abbandono da parte dei giovinastri, per altro invece pervicacemente attratti dalle due accoglienti cougar ladies), ma pure questa in definitiva è una falsa pista e la tristezza sottesa all’intera vicenda finisce per perdersi nel compiacimento di una messa in scena a cui in definitiva manca la profondità per trasformarsi in un dramma vero e interessante. Espulso dal racconto ciò che poteva davvero essere sgradevole e disturbante (ma almeno un po’ autentico), resta un’ora e mezza di raffinate (ma insopportabilmente finte) variazioni sul tema che difficilmente lasceranno il segno.,Luisa Cotta Ramosino

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