Tutto parla di te

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Una donna con un segreto inconfessabile si lega a una giovane mamma in crisi.

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Il tema della maternità dolorosa non è nuovo per Alina Marazzi, che sorprese circa dieci anni fa con il suo toccante documentario Un’ora sola ti vorrei, storia della madre suicida quando lei era una bambina raccontata attraverso i filmati amatoriali di famiglia. E sono filmini simili, in bianco e nero e sgranati, che aprono il film con immagini lontane nel tempo di madri e famiglie. Soprattutto madri: oggetto e tema del film, quasi esclusivo (i figli, i mariti ci sono solo per contrasto o luce riflessa).

Poi parte la storia di Pauline (una Charlotte Rampling troppo ingessata: da tempo tende a ripetere sempre la parte di donna dolente e silenziosa, ma è vero che solo queste parti le affidano), donna che torna a Torino dopo una lunga assenza e che frequenta un centro di aiuto alla vita per una ricerca sulla maternità. In quel centro, diretto da un’amica, passano giovani madri tese, fragili, insicure. Che dicono frasi disarmate e terribili: “Forse non ero nata per essere mamma, ma solo per essere figlia”; “Essere mamma è un privilegio”; “Non sono in sintonia con mio figlio”… Donne che si detestano per non essere adeguate al ruolo e si vergognano di non amare i propri figli. Tra queste emerge la figura di una giovane ballerina (un’intensa Elena Radonicich), che rimpiange la vita “di prima”, vorrebbe respingere la nuova responsabilità, teme di perdere il lavoro e di non ricominciare più. Tra la donna matura e la giovane madre si stabilisce un rapporto sincero, che permetterà alla prima di svelare a lei il suo doloroso segreto e finalmente farci i conti e alla seconda di accettare la sua nuova vita: “Per la prima volta l’ho guardato veramente: io sono io, e posso esserlo anche con lui al mio fianco”.

La depressione post partum delle giovani mamme e la voglia di ripartire: Alina Marazzi ha sensibilità e sa scegliere le facce (le mamme intervistate). I temi trattati sono importanti ma la storia – nonostante uno stile coerente che comunica volontariamente angoscia, riuscendoci benissimo – è troppo fragile, l’intento è apprezzabile ma didascalico, e troppo meccanico il percorso di Pauline. Oltretutto i dialoghi sono un po’ sentenziosi e “filosofici”: si parla della vita, ma in astratto; la realtà si vede poco. Ne viene fuori un film poco scorrevole, anche per un eccesso di materiale di repertorio – pur interessante – che appesantisce il film. E anche gli inserti animati sono un’idea a tratti suggestiva ma un po’ slegata dal resto dell’opera. Visto il background della regista, forse sarebbe stato più utile trattare il tema con un vero documentario. Esordendo per la prima volta nel film di finzione, invece, l’autrice si perde; la aspettiamo in un’altra occasione, con una storia più strutturata e convincente.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...