Turner

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L’ultimo periodo della vita del grande pittore inglese.

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Joseph Mallord William Turner (1775 – 1851) è stato uno dei più grandi pittori britannici, passato alla storia per i suoi quadri ricchi di colore e sfumature, che molti critici indicano essere stati la prima fonte di ispirazione per il movimento impressionista. Mike Leigh, che al periodo vittoriano della cultura inglese aveva già dedicato il film Topsy Turvy sulla vita dei commediografi Gilbert e Sullivan, esplora con un film minuzioso e dall’attenta ricostruzione gli ultimi venticinque anni di vita del pittore. Il regista, che ama descrivere la vita sociale delle persone, con una particolare attenzione alla classe media inglese (Segreti e bugie, La felicità porta fortuna, Another Year, solo per fare qualche esempio), applica lo stesso metodo alla figura di Turner: ben lontano dall’immagine dell’artista “tutto fuoco e ispirazione” e critico verso le convenzioni sociali, il Turner di Leigh appare come un artigiano metodico, che vive col padre e una domestica, attento al costo dei colori, che partecipa alle riunioni dell’Accademia e si rattrista se la giovane regina Vittoria non apprezza i suoi dipinti. Nel film non c’è alcun tentativo di spiegazione di dove provenga l’arte di Turner: quel che vediamo è un uomo che passeggia nella natura, osserva le locomotive e i battelli a vapore, traccia schizzi su un quadernetto, per poi preparare con calma e precisione le sue tele, spennellando con intensità, usando le dita, perfino sputandoci sopra. Turner (interpretato da Timothy Spall, alla sua quinta prova con Mike Leigh, e che per mesi ha preso lezioni di pittura per rendere più veritiera la sua interpretazione), è un borghese qualsiasi; tutto fuorché un bell’uomo (“quando mi guardo allo specchio vedo un gargoyle”) e non sembra neanche un fine oratore; gran parte dei dialoghi sono a base di sospiri, smorfie e grugniti. Non è neanche propriamente un marito o padre esemplare: ha avuto da una donna con cui non vive due figlie per le quali non dimostra il minimo affetto (nega anche pubblicamente di avere figli). Occasionalmente ha rapporti con la sua governante, evidentemente innamorata di lui, ma poi si stabilisce con una vedova di un paese vicino al mare, presso la quale affittava una stanza per dipingere.

Il film, più che procedere per una diretta linea narrativa, sceglie di rappresentare una serie di episodi e aneddoti pescati dalla sua biografia (l’essersi fatto legare all’albero maestro di una nave nel mezzo della tempesta per coglierne ogni aspetto, la rivalità con il paesaggista Constable, la frequentazione (non priva di contrasti) con il grande critico John Ruskin, la frase pronunciata sul letto di morte, l’attenzione per la neonata fotografia, e così via. Tuttavia (e questo è sempre il merito di Mike Leigh) il film, per quanto duri due ore e mezza, non è mai né monotono né routinario, tanto il regista è abile nel presentare la personalità di Turner e il suo metodo di lavoro. Molto è dovuto alla fotografia di Dick Pope, capace di catturare la luce e riproporcela attraverso gli occhi del pittore, moltissimo all’impressionante recitazione di Timothy Spall, capace di rendere affascinante il personaggio (e incomprensibile la sua esclusione dai nominati all’Oscar 2014). Un rammarico solo, per un film che ogni amante dell’arte dovrebbe vedere: Turner ha dipinto paesaggi straordinari nel nostro paese (Venezia, Roma, una veduta di Orvieto da togliere il fiato) e Leigh avrebbe voluto inserire anche alcuni episodi girati in Italia. Ma Venezia è troppo costosa anche per gli inglesi, e i produttori italiani non hanno accettato di coprodurre un film che nel quale la vicenda si sarebbe svolta principalmente all’estero. Peccato, avremmo fatto un figurone.

Beppe Musicco

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