Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

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Una madre in cerca di giustizia attacca in maniera spettacolare lo sceriffo che non trova l’assassino di sua figlia. Nel piccolo paese del Missouri, tutti o quasi le sono contro…

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Vincitore a sorpresa di ben 4 Golden Globes (tra cui miglior film drammatico) che hanno precduto nomination e premi agli Oscar 2018 (7 nomination, poi trasformatesi in due statuette), Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film originale e inconsueto a cominciare dal titolo. Un titolo lungo, particolarissimo, apparentemente non accattivante ma tanto da diventarlo (ovviamente anche per la storia e la qualità del film, perché altrimenti…). Con quella cittadina, inventata, citata esplicitamente accanto al nome di uno stato famoso per non aver superato il problema del razzismo. Che non è il cuore ma è una delle chiavi del film, ricco e debordante di temi e di toni (è un dramma, ma ci sono numerosi momenti tragicomici da commedia nera che possono risultare esilaranti o fuori luogo). Un film imperdibile se si riesce a sopportare un certo tasso di violenza o asprezze di linguaggio; dipende, come sempre, dalla propria sensibilità. Ma andiamo con ordine.

A Ebbing una madre non si dà pace perché nessuno ha ancora arrestato il colpevole del brutale omicidio della figlia, stuprata, uccisa e bruciata sette mesi prima. Per protestare in modo clamoroso contro l’inerzia della polizia (un piccolo ufficio con poche persone), Mildred Hayes acquista per un anno tre grandi manifesti pubblicitari alle porte della città che portano scritte forti e accusatorie verso lo sceriffo Bill Willoughby. Nella cittadina, dove il tutore della legge è amato e rispettato (e in effetti è uomo onesto e buono), quasi nessuno prende le parti della donna, dal carattere aggressivo e scorbutico (con più di un motivo per macerarsi ulteriormente per come è avvenuta la tragedia), che va anche in tv ad accusare una giustizia che non c’è. Ma il paese è una polveriera, a causa di poliziotti violenti e razzisti (tema di uno dei manifesti), in particolare il violento e nevrotico agente Dixon. E se Mildred non si ferma neppure davanti alla scoperta che lo sceriffo è malato di cancro e ha pochi mesi di vita, gli scontri, le violenze e il dolore sono destinati ad aumentare per tutti.

Impossibile dire di più su un film che ha anche tratti di giallo, sebbene la ricerca del colpevole rimanga sempre laterale rispetto al cuore di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Perché Mildred (incarnata alla perfezione, con una durezza arcigna che a tratti commuove, da una fenomenale Frances McDormand: dopo il Golden Globe è arrivato il secondo Oscar a vent’anni da Fargo) è alla ricerca di giustizia e di verità, e non vuole arrendersi in una guerra in cui lei però non è affatto rappresentata come un’eroina integerrima: presa dal suo (comprensibile) furore, non si trattiene di fronte a nulla, e quando un suo “passo falso” rischia di metterla nei guai non è certo molto gentile con l’uomo, innamorato di lei, che la copre. Come, soprattutto, non lo è con uno sceriffo (un Woody Harrelson in una delle sue prove migliori) che vuole andarsene dalla vita senza pesi sulla coscienza. Ma il pregio maggiore del film, che a tratti davvero può risultare respingente per alcune scene di violenza o per il sarcasmo quasi cinico – ma in realtà disperato – dei personaggi, è di rappresentare uomini e donne non unidimensionali, che vivono una situazione complessa e contraddittoria al meglio delle loro possibilità. Tanto che perfino il violento Dixon (bravissimo anche Sam Rockwell: un Golden Globe e un Oscar anche per lui), brutale fino ad ammazzare chi gli capita a tiro ma anche oppresso da una madre più disumana di lui, si rivelerà non diverso – rimane quello che è – ma anche altro, “di più” di quello che si poteva pensare.

Martin McDonagh, regista britannico di origini irlandesi con una forte carriera teatrale parallela (e già autore al cinema degli interessanti ma irrisolti In Bruges e Sette psicopatici che giocavano anch’essi – con meno spessore – su un mix di violenza e umorismo nero), trova paradossalmente in un contesto molto da America profonda e conservatrice il contesto ideale per dare un peso a personaggi molto ben “scritti” (la sceneggiatura è stata premiata sia alla Mostra di Venezia che ai Golden Globes) e reali, veri, profondamente umani nelle loro grandezze e bassezze (anche se alcuni personaggi minori non convincono del tutto: l’ex marito della donna, per esempio). Non facciamo in tempo a giudicare Mildred, Dixon o Willoughby che la storia ce ne fa vedere un lato diverso, più profondo. E poi subito dopo spiazzarci con una caduta, umanissima (e quanto fa male l’uscita di scena di uno dei personaggi). A scene tenerissime o perfino poetiche fanno seguito altre di estrema violenza o che possono suscitare ribellione. Oppure, consci che a noi essere umani non ci è estraneo nulla di ciò che alberga nel cuore di altri nostri consimili, ci possiamo ritrarre commossi e rispettosi delle altrui sofferenze.

Pur premiata e apprezzabile, la sceneggiatura di un film ricco anche nell’accompagnamento musicale (che alterna toni da western ad altri da thriller) a un certo punto sembrerebbe perdersi in troppi personaggi di contorno, e soprattutto svolte e sottofinali. Ma quello giusto, quello definitivo, ha il pregio di lasciare uno spazio, uno spiraglio ai superstiti di una guerra sfibrante e dolorosa. Che forse troveranno più umano deporre le armi che cercare ancora di farsi da soli una giustizia ingiusta, a proprio uso.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...