Transformers 3

Transformers 3

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Un nuovo capitolo dello scontro all'ultimo sangue tra Autobots e Decepticons.

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Terzo capitolo di una saga che verosimilmente ci farà compagnia ancora per un po' di anni, Transformers 3 sconta come tutti i sequel una certa stanchezza e atrofizzazione di idee compensata solo in parte da effetti speciali all'altezza e superiori agli episodi precedenti. Il film è spettacolare come tutti i film di Michael Bay (The Rock, Armageddon, Pearl Harbour), esponente di punta di un certo cinema muscolare e un po' grezzo ma di sicuro successo al botteghino. La confezione, di lusso, punta tutta sull'azione e praticamente nulla sulla verosimiglianza o sull'originalità della vicenda che, dopo i primi dieci minuti promettenti in cui, sulla scia di tanto cinema recente si gioca a riscrivere la Storia (Watchmen a X Men: L'inizio), diventa un accumulo esagerato di situazioni. Ecco così, a spiegare l'incontro e l'alleanza tra gli Autobots e gli uomini, lo sbarco sulla Luna (con il cammeo d'eccezione del vero Buzz Aldrin) e i presidenti Kennedy e Nixon, con quest'ultimo per la prima volta al cinema non presentato in termini negativi. Poi la storia che, con una certa libertà tira in ballo anche Chernobyl, si perde per strada e lascia sul campo oltre ai rottami dei caduti robotizzati anche parecchi personaggi potenzialmente interessanti: Frances McDormand e John Turturro, su tutti, costretti in ruoli puramente riempitivi. Bay, riesce a intrattenere il pubblico per più di due ore con un grande spettacolo pirotecnico ma ha sempre difettato sul piano della storia. Non ha imparato cioè la lezione di Spielberg (che pure produce il film!): spara e racconta. Spielberg, anche nei suoi film più alimentari (Jurassic Park, La guerra dei mondi, lo stesso Lo squalo) ha sempre unito la spettacolarità della messinscena a una cura della storia personale e umana dei propri personaggi. Bay non riesce ad andare oltre il meccanismo oliato del primo episodio, così LaBeouf diventa meno convincente e simpatico del solito, il rapporto con la sua ragazza (Rosie Huntington-Witheley, bella ma anonima) è assai piatto e in più è affiancato da un parterre di caratteristi (Turturro, McDormand, Ken Jeong, Alan Tudyk e John Malkovich) alle prese con parti troppo sopra le righe che appesantiscono inutilmente il ritmo.,Da un punto di vista cinematografico, il film si inserisce in un filone, quello della sci-fi metropolitana, particolarmente sfruttato al cinema negli ultimi anni, probabilmente a partire dagli scenari bellici e terroristici di inizio secolo. Così, se nella seconda parte del film per un'ora abbondante il conflitto tra Autobots e Decepticons avviene tra le strade di una Chicago postapocalittica, non possono tornare in mente film recenti, recentissimi (e non memorabili) come Cloverfield, Skyline, Battle Los Angeles. Stesso nemico crudele in “casa”, stessa guerriglia metropolitana. Visivamente, Bay è meno caotico nelle scene d'azione (il punto debole dell'episodio n°2) e più attento anche da un punto di vista cromatico a dividere robot buoni e cattivi, cita se stesso in almeno un paio di occasioni (replicando i ralenti terribili di Armageddon) mentre riduce al minimo, cucendola addosso alla voce fuori campo di Optimus Prime in chiusura del film, la “morale” del film. Finché ci sono gli Autobots c'è speranza. Finché qualcuno, armato fino ai denti, è pronto a combattere per la libertà, il mondo sarà salvo.,Simone Fortunato,

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