Nel 1978, il National Geographic pubblicò un servizio di copertina sul lungo cammino compiuto da una ragazza australiana da Alice Springs fino all’Oceano Indiano. Il reportage riscosse un grande successo, tanto che la protagonista del viaggio, Robyn Davidson, ne trasse in seguito un libro autobiografico dal titolo Tracks. ,Oggi, John Curran (Il velo dipinto, 2007) prova a ricostruire sul grande schermo quell’esperienza fuori dal comune. La vastità dei paesaggi e il lento scandirsi del tempo sono restituiti con ritmo costante e mai noioso grazie allo sguardo accurato del regista che, sorretto da un’ottima fotografia (Mandy Walker), talvolta si allarga sul panorama con campi lunghissimi e riprese aeree, talaltra ama soffermarsi sui dettagli del corpo sfiancato di Robyn. ,Se l’aspetto visivo e la varietà del racconto catturano lo spettatore, facendo sì che non scemi in lui il desiderio di scoprire dove porterà il viaggio, è però difficile immedesimarsi nel personaggio principale, le cui motivazioni fino alla fine restano ambigue. Una mancanza non da poco, considerando che a sentire di una persona che molla tutto per imparare ad addestrare cammelli e con quattro di loro avventurarsi nel deserto australiano per nove mesi, la domanda “perché?” sorge spontanea. ,Il tentativo di rispondere a questa domanda si risolve per lo più nei ripetuti rimandi al trauma infantile vissuto dalla protagonista (il suicidio della madre), forse origine delle sue difficoltà di relazione e del desiderio di cercare il proprio mondo lontano dalla società civile. Ma è un tentativo malriuscito, perché i brevi flashback appaiono forzati e slegati dal racconto presente, in cui le vicende personali di Robyn non sono mai davvero approfondite. C’è da dire, peraltro, che la vera Robyn Davidson (interpretata dalla brava Mia Wasikowska) inizialmente non era d’accordo con la scelta del regista di parlare della sua storia familiare, proprio per evitare che si cercasse un nesso col significato del suo viaggio.,La verità è che la protagonista, in contraddizione con l’essere voce narrante, non dialoga con lo spettatore più di quanto non faccia con le persone che la circondano: più sfuggente che inquieta, e forse più in fuga che in viaggio.,Maria Triberti,