This is Congo

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Le storie di quattro abitanti del Congo, di diverso credo politico, religioso, provenienza familiare. Il documentario di Daniel McCabe, presentato alla Mostra di Venezia 2017

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This is Congo, This is Occidente. Nel Paese più ricco di risorse minerarie da oltre vent’anni continua una guerra civile che nessun stato occidentale, per volontà o incapacità, riesce a fermare. E in tutti questi anni, si contano oltre 5 milioni di morti. Primo tra i Paesi per numero di sfollati, più della Siria e dell’Iraq, il grande stato dell’Africa centrale è il cuore del racconto di This is Congo, il documentario del fotoreporter statunitense Daniel McCabe, che finalmente (dopo aver vinto riconoscimenti ed essere stato anche presentato fuori concorso durante la Mostra di Venezia 2017) arriva in Italia sulle reti televisive di Sky, grazie alla casa distribuzione CDI.

La telecamera segue, attraverso quattro congolesi, diversi per credo politico, per religione e per provenienza familiare, le vicende del Paese. Sono un sarto, un colonnello dell’Esercito, una venditrice illegale di pietre preziose e un anonimo informatore: tutti superstiti, combattenti dello Stato, ribelli, o civili che vivono ogni giorno la tensione e il timore di non esserci più il giorno dopo a causa di una guerra che coinvolge le truppe governative e i gruppi di ribelli, tra cui M23. I ribelli sembrano desiderare solo una cosa: eliminare il dittatore Mobutu, al governo da 32 anni (ha eliminato perfino le elezioni che forse lo avrebbero destituito) e cacciare dal proprio territorio i soldati dell’Onu che «stanno solo a guardare mentre moriamo»: vorrebbero, così affermano, poter vivere delle proprie risorse, senza essere costretti a scappare o a perdere la vita. Ma c’è anche chi difende Mobutu, non solo fisicamente, ma anche moralmente. E c’è anche chi tra i civili, bambini compresi, cantano sicuri lodi alla gloria di Mobutu, come se fosse il loro dio personale.

Il regista statunitense Daniel McCabe entra nelle storie degli uomini che racconta e mostra, senza giudizio politico, le conseguenze della guerra: fa parlare Mamadou Ndala, il colonnello che ha più mogli, e lo mette al centro dell’attenzione. Sembra quasi stare dalla sua parte ma poi conduce lo spettatore a guardare il mondo anche attraverso gli occhi di chi si ribella, di chi non fa della corruzione il suo stile di sopravvivenza e di chi invece è violento per ottenere un bene più grande. E nel cuore di queste due fazioni entra il microcosmo degli sfollati: come il sarto che lavora nel mezzo delle macerie e cuce pur di avere sale, olio e sapone per i figli; o come la donna, che in preda alla miseria, trova la via nell’acquisto e nella vendita di materie preziose in Ruanda e Kenya. Grandi e piccole storie si mescolano mostrando un Paese ridotto al lastrico senza acqua corrente ed energia elettrica e lacerato dalla ingordigia occidentale che assiste alla guerra, arma chi vuole armare, e sembra non avere a cuore la democrazia.

La telecamera, con un montaggio lineare e a volte didascalico, forse con lo scopo di non sostituirsi al personaggio narrante, riesce a far provare la paura, la violenza, la tracotanza e la testardaggine di chi vorrebbe, anche a costo della propria vita, vivere in pace in Congo. E il regista riesce nell’impresa di preservare la sua neutralità; e grazie alla sua esperienza di fotoreporter in zone di guerra si nota come ha guadagnato la fiducia di tutte le parti coinvolte, anche a rischio della propria pelle.

Emanuela Genovese

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