Grande horror religioso. Difficile etichettare questo film, diretto con grande talento da un regista giovane ma che ha già le idee chiare e che sembra aver imparato la lezione da tanti maestri: Kubrick, per quanto riguarda l’utilizzo delle musiche per rievocare un’atmosfera inquietante e la precisione della messinscena, ma anche tanti altri (Carpenter e non solo). Difficile etichettare questo esordio perché in effetti il film rifugge da qualsiasi definizione: è stato presentato e lanciato come un film dell’orrore ma in realtà sin dalle prime immagini il film spiazza lo spettatore, con primissimi piani alla Dreyer.
Siamo nel New England nel 1630. In quella che pare essere un’aula di un tribunale, un padre di famiglia è cacciato dalla città per un non meglio precisato conflitto. Sono fondamentalisti cristiani, lui (che visivamente pare un cristo dolente), i cinque figli e la moglie, secchissima e scavata in faccia tanto che pare un cadavere. Partono così, il cristo e la sua famiglia, per una landa desolata dove il grano cresce a fatica e abitano una casa che sorge in prossimità di una foresta cupa. I cinque figli, un neonato, due gemelli bambini e i due più grandi, fratello e sorella, coltivano la terra mente il padre è spesso impegnato a spaccare la legna. Sembra un falegname, lui. L’atmosfera è sempre più cupa: i genitori paiono ossessionati dai sensi di colpa e dalla coscienza del peccato; ammoniscono severamente i figli a riscattare il peccato in cui sono nati attraverso una condotta di vita integerrima. Il problema è che la vita è più complicata di un dettame religioso e i ragazzi cadono e compiono errori su errori, complice anche una presenza malvagia che proprio nella vicina foresta ha attecchito.
Grande film suggestivo e carico di una simbologia religiosa a volte chiara, altre volte tutta da decifrare: pare un racconto biblico, con personaggi usciti da un racconto di Flannery O’Connor per il grottesco e la tragicità di tante situazioni, inseriti in un contesto thriller-horror-fantastico dove non mancano colpi di scena e nemmeno un paio di scene efferate. Tutto ruota attorno alla presenza del Male e di un Male, come si vedrà in una scena fondamentale, incarnato nella storia dell’uomo, anzi nella storia del primo uomo e della prima donna (per molti versi il racconto di The Witch sembra una rilettura dei primi capitoli della Genesi). Un uomo e una donna ossessionati dal peccato, in realtà provvisti di una fede fragile ma anche ben consapevoli della sfida grande che le seduzioni del maligno lanciano ad ognuno di noi.
Ricchissimo di spunti visivi che spaziano dal cinema muto fino ai già citati Kubrick, Carpenter, il cinema profondamente pittorico di Nicolas Roeg o a certi lavori di Refn (l’ermetico e sfuggente Valhalla Rising), il film dell’esordiente Robert Eggers ha tante qualità che lo rendono una spanna sopra avrà altri film del genere: uno stile sobrio e straordinariamente efficace, una messinscena molto curata (a partire dalla fotografia, cupa e livida), un cast di attori poco noti in parte, compresi i ragazzi, veri protagonisti di una storia stratificata in cui sono presenti elementi e generi anche diversissimi: per dire, per rendere ancora più veritiero e fedele alla cronaca, il regista ha fatto parlare ai suoi attori un inglese antico, secentesco. Un grande film, insomma, girato da un regista giovane e di grande talento che – senza aver un grosso budget alle spalle – ha saputo affermarsi a livello internazionale con un esordio che va ben oltre il classico horror delle streghe e affini. The Witch è molto di più: è una domanda seria sul perché il Male attecchisca come un cancro nel mondo e nel nostro cuore, al di là dell’atmosfera cupa che avvolge l’intero film e dei tanti accenti tragici che sembrano condannare l’esistenza di quel cristo e dei suoi figli perduti a vivere sempre in balia dell’assalto improvviso e spietato del maligno.

Simone Fortunato