The Reader – A voce alta

The Reader – A voce alta

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Nella Berlino degli anni ’50 si consuma la relazione scandalosa tra uno studente e una donna dal passato oscuro.

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Che l’inglese Stephen Daldry sia un regista che ama circondarsi di grossi attori è pacifico: già dai tempi del grande successo di Billy Elliot, il regista di The Reader aveva a disposizione oltre al sorprendente Jamie Bell, una veterana come Julie Walters nei panni dell’insegnante di danza; stesso discorso per The Hours che vantava un cast superbo almeno stando ai nomi: oltre alla protagonista Nicole Kidman, imbruttita dal trucco per rappresentare il dramma personale di Virginia Woolf, il film era l’occasione per vedere all’opera altre grandi attrici: Meryl Streep, Miranda Richardson e Julianne Moore. The Reader è solo l’ultimo film a misura di attrice, verrebbe da dire. E che attrice: Kate Winslet è oggi forse l’attrice più talentuosa della “generazione di mezzo” e il premio Oscar è meritato se non altro per le tante, diverse eccelse interpretazioni che ci ha regalato nelle ultime stagioni (una per tutte: la prova in Revolutionary Road, decisamente per il ruolo e per il tipo di film molto più complicata rispetto a The Reader). Detto questo, non basta una grande attrice a far un buon film. Anzi, in più di un’occasione il cinema ha mostrato come le prove dei grandi attori, a ben vedere, non celino ma evidenzino i limiti del film. Nel caso del film di Daldry, ci sono vari elementi di perplessità. Nella prima parte, sessuale più che sensuale, (e di dubbio gusto: immaginate il film a parti invertite, lei quindicenne, lui quarantenne) la relazione “scandalosa” tra i due protagonisti è, certo, una fuga per entrambi da una realtà soffocante, ma è anche avulsa da una storia personale fatta di accenni troppo superficiali per convincere (la vita famigliare e scolastica del ragazzo; il lavoro della donna). Nella seconda parte, il film diventa improvvisamente un thriller processuale, con ancora molti personaggi appena accennati (il professore interpretato da Bruno Ganz; i compagni universitari), alcune sequenze troppo risapute per convincere (il tradimento delle ex compagne nel lager) o decisamente inverosimili (“il segreto” che non vuole svelare la protagonista). Ultime sequenze in chiave melodrammatica con protagonisti un’invecchiatissima (male) Winslet e un rigido Ralph Fiennes. L’impressione è che il film manchi proprio nel manico, e cioè in un’idea di regia molto statica e prevedibile, fatta di piani narrativi e flash back ricorrenti come già in The Hours, che non sfrutta a dovere le potenzialità del cast e della vicenda anche per i difetti di una sceneggiatura firmata da David Hare che perde per strada molti personaggi e possibili storie di contorno per concentrarsi su una storia d’amore che maneggia con difficoltà, non sapendo forse quale strada imboccare: il melodramma, il thriller, il dramma esistenziale, il racconto di formazione, rendendo inverosimile quel “segreto” che nel romanzo di partenza doveva caricarsi di ben altri significati simbolici. Insomma, molto meno riuscito di quel che possa sembrare, anche per il cast tutto sommato depotenziato: da Fiennes, altrove attore eccezionale, qui alle prese con una prova di routine semplicemente fredda, alla stessa Winslet brava e ordinata ma piuttosto scolastica. Il più bravo di tutti è forse proprio il ragazzo protagonista, il diciottenne David Kross. ,Simone Fortunato

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